La conoscenza scientifica è stata ed è per definizione la via maestra per la comprensione delle leggi elementari, che stanno dietro l’apparente complessità dei fenomeni. Di semplificazione in semplificazione, questo metodo oggi è arrivato in un vicolo cieco.
Alla prova dei fatti, la realtà si é rivelata refrattaria al riduzionismo, svelando progressivamente tutta la sua complessità e opponendo alle risposte sempre nuove domande.
La biologia molecolare, per esempio, ha sancito in apparenza la vittoria dei riduzionisti.
In realtà, dopo aver ridotto la vita a processi fisico-chimici, gira in tondo senza sapere come uscirne.
La mente è stata scorporata dal cervello: da una parte lo studio della funzione psicologica, dall’altra quello dell’organo biologico, dimenticando che l’uno non esiste senza l’altra.
Tra gli avversari più accaniti del riduzionismo, c’è il filosofo francese Edgar Morin, del quale sono appena usciti nella traduzione italiana sei brevi saggi sotto il titolo “Introduzione al pensiero complesso”.
EDGAR MORIN sostiene che
Il pensiero semplificante si fonda sul predominio di due operazioni logiche, la disgiunzione e la riduzione, entrambe brutalizzanti e mutilanti, anche se, nell’epoca d’oro della verifica empirica e della logica, esse hanno permesso conoscenze straordinarie sul mondo fisico, biologico, psicologico. Poi però è diventato chiaro che si trovava il contrario di quello che si cercava: non semplicità ma complessità, non chiarezza ma confusione.
Come già aveva scoperto il filosofo della scienza Bachelard, il semplice non esiste. Esiste solo il semplificato. E gli oggetti d’indagine che la scienza si costruisce sono tutti artificiali. Sono sottratti ad un habitat complesso, posti in situazioni sperimentali semplici e manipolate per trarne leggi universali. E’ corretta quest’operazione?
Essendo sbagliato il metodo, sostiene Morin, si approda inevitabilmente a risultati sbagliati. E dunque l’errore, l’ignoranza e la cecità progrediscono di pari passo con le conoscenze. Senza contare che le minacce più gravi cui l’umanità va incontro – armi nucleari e dissesto ecologico – sono legate proprio al progresso cieco e incontrollato della conoscenza. Questi errori sarebbero il risultato di quel modo mutilante di organizzare la conoscenza che, figlio di Cartesio, tende alla semplificazione anziché a riconoscere la complessità del reale.
Ora la complessità nel senso etimologico di “fili diversi tessuti insieme”, torna nelle scienze per la stessa porta dalla quale era stata espulsa: la vita non è riconducibile ad una sostanza né ad una legge. Come hanno dimostrato, per vie diverse, sia la biologia sia la fisica, la vita è un fenomeno d’autorganizzazione molto complesso. Il pensiero lineare non arriverà mai a penetrarlo. Morin, riprendendo Pascal “Non posso concepire il tutto senza concepire le parti e non posso concepire le parti senza concepire il tutto”, ricorre all’immagine dell’ologramma o anche della cellula dell’organismo, che, nella sua infinitesima piccolezza, contiene però la totalità dell’informazione genetica.
Ponendosi al di fuori dei due antagonisti – quello che stritola la differenza, riconducendola all’unità semplice, e quello che occulta l’unità perché vede solo la differenza,- Morin propone di riorganizzare il concetto di scienza accettandone l’evidente complessità e archiviando il riduzionismo fra i passi falsi.
Il pensiero semplicistico e riduzionista è il modello che sottende alla sperimentazione animale.
Nonostante i limiti scientifici, gli alti costi economici e la fallibilità di quest’approccio, tuttora la sperimentazione animale è largamente utilizzata.
E’ auspicabile che nel prossimo futuro la scienza medica ricorra a tecniche alternative e metodiche che, oltre ad ispirarsi a principi che s’inscrivono in una visione complessista, facciano riferimento a principi etici di rispetto della vita, in ogni sua forma, dall’essere umano ad ogni altro essere vivente.
Sono moralmente inaccettabili il sopruso, il maltrattamento ad oltranza, la tortura su altri esseri viventi la cui colpa è quella di essere nati nonumani.
Ma oltre a motivi etici esistono fattori socioculturali e storici che dovrebbero portare al disuso di questo metodo.
Le attese di vita per le persone della III Età dal 1950 ad oggi non sono aumentate, nonostante il grosso incremento della sperimentazione animale (sostiene R. Sharpe).
Da una recente ricerca del prof. Bruce Pomeranz dell’Università di Toronto, pubblicata sulla rivista JAMA
(The Journal of the American Medical Association), risulta che la quarta causa di morte negli Ospedali USA è riconducibile all’uso di farmaci.
In pratica, quindi, le morti conseguenti all’uso di farmaci sono inferiori solo a quelle attribuibili alle malattie cardiache, allo stroke e al cancro.
Il Dott. Sharpe nel suo libro “The cruel deception” afferma che nel Regno Unito il 40% dei pazienti ricoverati in ospedale manifestano effetti collaterali da farmaci.
Da studi epidemiologici del passato, risulta spesso che la scomparsa di un’epidemia non è dovuta all’introduzione di vaccini o terapie specifiche, bensì al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie e alimentari.
Là dove quest’intervento non vi è stato, la situazione sanitaria è addirittura peggiorata. Ad esempio in India nel 1954 la vaccinazione antitubercolare effettuata su 260.000 persone, non solo si è dimostrata inefficace e dannosa, ma si sono verificati più casi di TBC fra le persone vaccinate che fra quelle del gruppo placebo.
In Olanda fra il 1957 e il 1969, si è verificato un tasso di mortalità da TBC più basso rispetto agli altri paesi europei, nonostante non fosse stato attuato alcun programma di vaccinazione.
Nella storia delle vaccinazioni contro il vaiolo, la pertosse, la poliomielite si rileva una marcata diminuzione del tasso di mortalità prima dell’avvento della vaccinazione e si sono viceversa riscontrate patologie provocate dal vaccino. Ad esempio in U.S.A. nel 1956 il 13% di paralisi sono state provocate dalle vaccinazioni contro la difterite e la pertosse.
La mancanza dell’approvvigionamento idrico non inquinato e il proliferare di mosche e zanzare in acque stagnanti sono la causa dell’80% delle malattie nel mondo. Venticinque milioni di persone muoiono ogni anno perché non dispongono d’acqua pura e di strutture igienico-sanitarie.
La riduzione delle malattie infettive nel mondo è dovuta in gran parte ad opere d’igiene sanitaria e interventi sull’alimentazione. E’ riconosciuto da chiunque il binomio “povertà equivale a malattia”.
Anche le malattie d’origine non infettiva sono riconducibili a fattori ambientali.
Indagini condotte su soggetti che usano una dieta vegetariana hanno dimostrato minore predisposizione nelle donne al cancro della mammella, e a quello dell’endometrio; nei maschi e nelle femmine risulta diminuito il cancro al colon e nei maschi quello della prostata.
Sono noti inoltre casi di cancro all’endometrio e alla mammella provocati da terapia ormonale sostitutiva.
E’ ormai largamente riconosciuto che i grassi d’origine animale (saturi) favoriscono l’innalzamento del colesterolo e quindi predispongono alle malattie cerebrali e cardiovascolari.
Molte sostanze sono carcinogeniche per l’uomo e non nocive per l’animale, come ad es. l’arsenico, il benzolo, l’alcol, e viceversa.
Gli esperimenti praticati su animali spesso sono fuorvianti o rallentano la ricerca, perché possono dare risposte diversificate in relazione ai tipi di cavie impiegate. Ad esempio la morfina ha effetto sedativo nell’uomo e stimolante nel gatto, l’aspirina provoca difetti congeniti nei ratti ma non nell’uomo, il talidomide è teratogeno negli umani ma non sugli animali, la penicillina è altamente tossica per i topi e i criceti ma terapeutica nell’uomo, il benzolo provoca leucemia nell’uomo ma non nei topi, l’insulina produce malformazioni negli animali ma non nell’uomo, la serotonina aumenta la T.A. nei cani ma non nei gatti.
Lionel Whithg, presidente dell’Associazione Medici Britannici affermò alcuni anni fa: “In un esperimento su animali è quasi impossibile riprodurre una lesione o una malattia in tutto e per tutto raffrontabile a quella che si riscontra in un soggetto umano.
Consideriamo ad esempio la conformazione del tratto gastroenterico: questo è diverso in un cane rispetto ad un essere umano e di conseguenza è del tutto inutile fare degli interventi chirurgici di prova su questa specie animale.
Un’altra differenza riguarda i tessuti che hanno una reattività diversa nelle varie specie animali ed in quella umana.
Molti farmaci, dopo anni di somministrazione, sono stati ritirati dal commercio perché hanno dimostrato una tossicità e una letalità che non erano state previste negli esperimenti sugli animali.
Ad es. l’Eraldin usato nelle cardiopatie, o alcuni antiartritici come l’Aldofenac, l’Ibufenac, il Flosint, lo Zomax.
Alcuni farmaci hanno provocato danni su larga scala come ad esempio il cliochinolo, sostanza impiegata come antidiarroico che provocò nel 1960 in Giappone circa 30.000 casi di neuropatia mielo-ottica. Sempre nello stesso anno 3.500 pazienti sofferenti d’asma morirono a causa dell’uso di uno spray contenente isoprenalina. La stessa sostanza si era dimostrata innocua quando era stata testata sugli animali.
Molto spesso anche dopo il ritiro del farmaco, diventa difficile la riproduzione degli effetti nocivi in laboratorio.
Le fasi d’azione di un farmaco sono cinque:
a) assorbimento nel flusso sanguigno
b) distribuzione dal punto d’intervento
c) meccanismo d’azione
d) metabolizzazione
e) escrezione
Su tutte queste fasi intervengono variabili legate ad aspetti genetici, biologici, psicoemotivi, età, sesso e condizioni di salute in generale.
Quindi esistono molteplici variabili che distinguono un individuo da un altro individuo e tutto ovviamente si complica se si fa riferimento ad una specie biologica diversa.
La Medicina Occidentale considera il malato in modo standardizzato negando l’individuo e la specificità della malattia e negando anche la differenza che esiste fra esseri umani e animali allo scopo di rendere legittima la sperimentazione animale.
Ma quando si tratta di riconoscere all’animale la capacità di soffrire e il diritto di vivere allora esso è considerato diverso, inferiore o addirittura equivalente ad una macchina, secondo l’impostazione Cartesiana .
Su ogni 20 composti chimici che si dimostrano sicuri ed efficaci da un punto di vista terapeutico, grazie ad esperimenti condotti su animali, solo uno diventa un farmaco commercializzato. E spesso questo farmaco, una volta introdotto in commercio, dimostra effetti nocivi sui pazienti.
Molti farmaci bloccano il sintomo ma non curano la malattia e, poiché ogni farmaco ha degli effetti collaterali, esso sostituisce ad un sintomo spesso altri sintomi, semmai più latenti, e può creare una farmaco dipendenza. Quindi non genera guarigione, soprattutto quando non si interviene sulle cause originarie della malattia.
Spesso chi davvero beneficia dei farmaci non è il paziente, che ne riceve un vantaggio solo apparente, ma l’industria farmaceutica. Prova ne è il fatto che l’industria farmaceutica privilegia la ricerca di farmaci molto costosi e che richiedono una somministrazione continua nel tempo, a discapito di farmaci meno costosi e con effetto terapeutico più risolutivo sulla malattia.
La psiconeuroendocrinoimmunologia ha dimostrato che esiste una stretta relazione fra SNC, SNV, sistema endocrino e sistema immunitario. Questo indica che l’organismo umano è un’entità complessa in costante interazione con l’ambiente circostante.
L’origine della Medicina occidentale è stata sancita dagli studi d’Ippocrate già nel 300 – 400 A. C. Ippocrate affrontava il tema della malattia in un’ottica complessista: oltre all’organo malato considerava la tipologia della persona, le abitudini di vita, la stagione, eccetera. Purtroppo tale impostazione ha subito una progressiva trasformazione attraverso i secoli per lasciare spazio ad una visione che considera il corpo come una macchina e le stesse emozioni sono considerate come accidentali o, comunque, sono escluse sia dall’eziologia sia dalla fisiopatologia.
Il prof. A.P. Cawadians nel 1953 dichiarò “La storia della medicina ha dimostrato che quando la medicina stessa è uscita dall’ambito dell’osservazione clinica, si è avuto il caos, la stagnazione e il disastro”.
Nella storia della Medicina è palese il fatto che le più grandi scoperte scientifiche non sono attribuibili alla vivisezione; anzi, in alcuni casi, questa pratica ha addirittura rallentato e ostacolato il progredire della conoscenza.
Una prova clamorosa sono gli esperimenti di Galeno, medico del 131D. C., vivisettore, i cui studi influenzarono in modo negativo tutta la Medicina fino al 1846, anno di scoperta delle infezioni ad opera del Dott. Semmelweiss medico austriaco che all’epoca salvò molte donne scoprendo l’importanza della sepsi nella pratica ostetrica.
Negli ultimi anni molte conoscenze in ambito medico si sono acquisite attraverso studi d’epidemiologia, ad esempio la scoperta del fumo come causa principale del cancro ai polmoni.
Un’altra fonte proficua di conoscenze è l’indagine clinica, o comunque effettuata sui pazienti.
Lo stesso Russel Brain, prestigioso clinico inglese, sostiene che i problemi delle malattie umane si possono risolvere solo con lo studio delle stesse nell’uomo.
Un’altra metodica d’indagine efficace e che può far evitare l’uso di cavie è l’utilizzo di tessuti umani.
Tali tessuti possono essere prelevati dai reperti durante i vari interventi chirurgici e si sono dimostrati molto utili per lo studio sul cancro e sul funzionamento del Sistema immunitario.
Negli ultimi anni si è molto sviluppato lo studio del microcosmo attraverso il microscopio elettronico. Questi studi riguardano indagini condotte su subunità cellulari, molecole, enzimi ecc. E’ paradossale che in tali indagini si usino cellule d’origine animale, quindi di specie diversa, anziché cellule umane.
Molti farmaci, scoperti prima dell’era moderna, solo attraverso applicazioni cliniche, tuttora sono efficaci come ad es. la digitale, il chinino, l’ipecacuana (usata per la dissenteria amebica), la morfina, la caffeina, gli alcaloidi del veratro (usati per abbassare la T. A.), l’ergotina, il ferro.
Altri farmaci di recente scoperta si sono dimostrati efficaci, in primis attraverso la somministrazione su esseri umani, e solo successivamente sono stati testati su animali ad es. la sulfanilimide, la clorpromazina, la metotrimeprazina, la tiazina, il cortisone, il fluoro.
L’efficacia terapeutica di molti farmaci, attualmente in uso, è stata scoperta del tutto casualmente mentre essi erano somministrati per motivi diversi sui pazienti.
Il prof. Farnssworth e il Prof. Pezzuto dell’Università dell’Illinois sostengono che oggi esistono tecniche sufficienti per condurre delle ricerche in vitro senza dover ricorrere agli animali.
Anche gli studi di virologia si dimostrano molto utili perché permettono di verificare direttamente in vitro l’azione del virus sull’organo e sul tessuto interessati.
Spesso i vivisettori contestano l’uso dei test in vitro, sostenendo che, questi non permettono di studiare gli effetti sull’intero organismo, ma non considerano che gli organismi animali sono diversi da quello umano.
Sicuramente ogni ricerca contiene in sé dei limiti ma tali limiti si possono superare attraverso l’uso di studi incrociati e multifattoriali.
Per quanto riguarda l’uso delle vaccinazioni è stato dimostrato che i vaccini meno nocivi sono quelli prodotti su colture di cellule umane, perché esistono delle incompatibilità fra tessuti di specie diverse.
Esistono fra specie barriere biologiche che nel momento in cui sono travalicate, possono attivare infezioni latenti molto pericolose, come ad es. virus sconosciuti e non individuabili che possono essere trasmessi e generare malattie che non si manifestano nell’animale.
Altre tecniche d’indagine efficaci sono la cromatografia, il computer, l’uso di modelli matematici, l’uso di microorganismi, di manichini.
In sostanza, tutte queste tecniche, usate assieme, potrebbero permettere, unitamente ad un approccio interdisciplinare, un maggior avvicinamento alla soluzione dei problemi legati alla salute con un minor dispendio anche di risorse economiche e naturali.
Dovrebbe essere compito del medico combattere contro una medicina che basa la sua impostazione scientifica sulla violenza, sulla sofferenza spesso gratuita, praticata su altri esseri viventi, sull’uso di esperimenti che non rispettano le leggi della natura, sul riduzionismo, sull’uso di finalità che favoriscono scopi che appagano di più i bisogni carrieristi e narcisistici dei suoi fautori, piuttosto che la salute del paziente.
Purtroppo, i giovani medici si vedono costretti a tacere, almeno in pubblico, in merito al maltrattamento degli animali, per timore di mettere a repentaglio le loro prospettive di carriera. Consentendo che questo stato di cose continui, i sommi enti che amministrano gli affari della professione medica non ci rendono alcun servizio. Non si dovrebbero mai maltrattare gli animali nel corso della ricerca medica, e una professione a carattere veramente etico non dovrebbe permettere che ciò continui.
Dr E.J.H. Moore, Lancet 1986
Ad una tale medicina sottende una logica meccanicistica e distruttiva che si riflette poi nella sua stessa operatività:
nella relazione medico-paziente,
nell’uso di tecniche d’indagine invasive e dannose,
nel soffocare il sintomo, anziché curare la malattia.
Questa medicina ha anche un impatto ambientale deleterio e nocivo non solo sull’uomo ma su tutto il pianeta.
Compito del medico dovrebbe essere quello di aiutare il paziente ad individuare le cause della sua malattia, agendo su di loro per ottenere una definitiva guarigione.
Importantissimo quindi, l’intervento preventivo sulla dieta, sulle abitudini di vita, su un corretto equilibrio tra psiche e corpo.
In ogni caso, comunque, l’intervento del medico deve essere improntato ai principi della nonviolenza.
La salute e il benessere dell’uomo non possono passare attraverso la sofferenza d’altri esseri viventi, considerati privi di diritti solo perché non appartenenti alla specie homo sapiens.
Tutto ciò che accade alla Terra, accade ai figli e alle figlie della Terra. L’uomo non tesse la trama della vita; in essa egli è soltanto un filo. Qualsiasi cosa fa alla trama, l’uomo la fa a se stesso. (Capo indiano Seattle)
Medicina Nonviolenta
H.O.P.E. “Healers Of Planet Earth”
Dottoressa Bianca Braggio
Dottor Riccardo Trespidi
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Omeopatia e Nonviolenza
ricvegan
14 gen, ’10, 7:48 p.
“The highest ideal of cure is the speedy, gentle, and enduring restoration of health by the most trustworthy and least harmful way”
“Il più alto ideale di cura è il ripristino veloce gentile e duraturo della salute nella maniera più sicura e meno dannosa possibile.”
Samuel Hahnemann
Mohandas Gandhi in uno dei suoi incontri pubblici, alla domanda su che cosa pensava dell’omeopatia, disse:
“L’OMEOPATIA E’ IL METODO TERAPEUTICO PIU’ AVANZATO E PIU’ RAFFINATO, CHE CONSENTE DI TRATTARE IL PAZIENTE IN MODO ECONOMICO E NONVIOLENTO. IL GOVERNO DEVE INCORAGGIARLA E PROMUOVERLA NEL NOSTRO PAESE.
IL DOTT. CHRISTIAN SAMUEL FRIEDRICH HAHNEMANN FU UN UOMO DI SUPERIORE TENSIONE INTELLETTUALE E DI ALTI SENTIMENTI UMANITARI CHE FECE DONO ALL’UMANITA’ DI QUESTA GRANDE POSSIBILITA’.
MI INCHINO DINANZI AL SUO VALORE E AL SUO ERCULEO LAVORO.”
Egli ebbe modo di sperimentare su se stesso ed i suoi familiari l’effetto terapeutico dell’Omeopatia, e ne rimase particolarmente colpito per la sua efficacia e per le sue basi filosofico-scientifiche.
Quello che cercherò di dimostrare è proprio l’affinità tra queste due discipline (Omeopatia e nonviolenza), apparentemente molto lontane tra loro, che invece hanno, molti punti in comune e principi etici e scientifici simili.
La parola nonviolenza, come ci ha insegnato Aldo Capitini, filosofo, padre del movimento nonviolento italiano, va scritta e pensata tutta attaccata. Questa parola va distinta, infatti, dalla locuzione non violenza (staccata) che indica semplicemente non esercitare violenza.
Nonviolenza invece significa opporsi alla violenza nel modo più intransigente.
Va subito chiarito che non esiste la persona nonviolenta ma vi sono solo individui che possiamo definire “amici della nonviolenza”. Nessuno si può definire “nonviolento” perchè tutti noi umani siamo invasi dal bene e dal male, da luci ed ombre, dalla capacità d’amare ma anche di odiare.
L’amico della non violenza intraprende un percorso che mai può dirsi concluso prendendo atto del fatto che ciò che alimenta la violenza è solo la paura. Paura del diverso, paura del confronto, paura della perdita, paura dell’ignoto. Paura di soffrire. Infatti, la violenza nasce solo dalla paura. (così la paura della malattia genera una risposta medica violenta, o quantomeno aggressiva come purtroppo spesso è la medicina moderna).
Con la parola nonviolenza Gandhi esprimeva ed unificava due concetti intrecciati fra loro: AHIMSA e SATYAGRAHA.
Sono due parole cariche di significati, che hanno un campo semantico vastissimo ed esprimono concetti ricchi e preziosi.
AHIMSA significa in questo caso opposizione alla violenza, essa è il contrario della violenza, ovvero la lotta contro la violenza, ma essa significa anche conquista dell’armonia ( Energia Vitale nell’Omeopatia ) , il non nuocere agli altri e quindi innocenza intesa come incapacità di commettere o concepire il male.
AHIMSA si compone, infatti, del prefisso “a” privativo e “himsa” che potremmo tradurre con “violenza”, ma anche con “squilibrio” “frattura”, “rottura dell’armonia” (energia vitale) , “scissura dell’unità”, in quanto opposizione di ciò che deve restare unito (olismo omeopatico) . AHIMSA significa quindi anche ricomposizione, riconciliazione.
SATYAGRAHA è un termine che ha un significato ancora più complesso e ricco d’interpretazioni. Comunemente questo termine Ë tradotto con la locuzione “forza della verità”, ma esso può avere altri significati “fedeltà al vero” e quindi al buono al giusto, contatto con l’eterno (ovvero con ciò che non muta, che vale sempre). SATYAGRAHA è composta di due elementi: “Satya” che è tradotta solitamente con “verità”, e “Agraha” che si può tradurre con forza che unisce, contatto, adesione, armonia che da coesione, è la forza d’attrazione (vale a dire l’amore).
Bellissima è la definizione di nonviolenza che da Martin Luther King: LA FORZA DELL’AMORE.
Il collega Albert Schweitzer invece percepisce questa splendida parola come “RISPETTO PER LA VITA”.
Cos’è la nonviolenza.
La nonviolenza è lotta come amore, ovvero conflitto e gestione del conflitto, intesa come comunicazione, dialogo, processo di riconoscimento d’umanità. Essa si esercita costantemente in ogni scelta mostrando che esiste sempre una seconda strada meno facile, meno veloce e forse meno seducente ma più vera, più completa, più efficace. Essa è quella specifica, peculiare forma di sfida che vuole non solo vincere ma con-vincere, vincere insieme . La nonviolenza ha come fine il riconoscimento di dignità di tutti gli esseri umani e nonumani ; essa è lotta di liberazione che include non solo gli oppressi ma anche gli oppressori contro il cui agire si solleva e combatte.
Il paragone con l’Omeopatia va visto nel concetto di fare uscire la malattia, non di combatterla frontalmente. Potremmo dire che anche l’Omeopatia vuole con-vincere, vincere insieme alla malattia.
La nonviolenza è responsabilità, è amore per la verità, è amore per l’altra persona, la cui dignità d’essere senziente e pensante non deve mai essere violata. Essa non è quindi un’ideologia ma è un appello, non è un dogma ma una prassi, ovvero un agire concreto, mai astratto.
Non esiste la teoria della nonviolenza perchè la nonviolenza teorica è solo riflessione e autocoscienza. La nonviolenza è un comportamento dinamico che varia secondo le situazioni e dei problemi che si affrontano, essa o è in cammino, vale a dire in continua ricerca del modo per con-vincere o semplicemente non è. La nonviolenza vive solo nel confronto e quindi nelle concrete esperienze e riflessioni delle donne e degli uomini in lotta per l’umanità.
Ogni individuo che si avvicina alla nonviolenza dà ad essa un apporto originale, un contributo creativo, e così ogni amico della nonviolenza ne dà una propria interpretazione e diversa dalle altre.
Gandhi definì il proprio approccio alla nonviolenza come “esperimenti con la verità”, non dogmi, non procedure definite e routinarie, non ricette preconfezionate, ma esperimenti, ricerca e avventura.
La nonviolenza è l’insieme di scelte morali che potremmo condensare nella formula del “principio di responsabilità”, in cui è fondamentale la scelta della coerenza tra mezzi e fini, (In medicina ricerca e terapia). Gandhi disse che tra mezzi e fini c’è lo stesso rapporto che c’è tra il seme e la pianta. Nonviolenza è un insieme di tecniche interpretative: il riconoscimento dell’altro, quindi il rifiuto della sopraffazione e della cancellazione dell’altro, del diverso.
Solo con questo metodo si riescono ad ottenere i risultati più solidi, più duraturi nel tempo. Con essa non solo si riduce la sofferenza, ma è anche il modo migliore per vincere battaglie d’amore, di giustizia, d’uguaglianza, di benessere inteso come lotta alla malattia. Essa è appello all’umanità e a ogni singolo individuo per riconoscere che la sofferenza anche del più piccolo essere è sofferenza di ognuno di noi. Essa è anche la via da seguire per sperimentare la giustizia, l’amore disinteressato, il benessere intendendo la medicina non come lotta alla malattia ma come ricerca della verità che la malattia può insegnare.
La violenza non è solo fisica ma anche verbale mentale e spirituale. Lo scontro in questi casi è sempre frontale, muro contro muro. Chi usa la violenza ha lo scopo (illusorio) di reprimere (alle volte anche preventivamente), di intimorire, di convincere con la forza gli altri delle proprie idee. La presunzione della violenza è quella d’essere necessaria per portare ordine, omogeneità nei comportamenti, prevenire i crimini, e le deviazioni ritenute immorali.
La violenza è il modo più semplice, meno intelligente, per risolvere i conflitti.
La medicina moderna segue questa prassi. Essa affronta le malattie con paura e inevitabilmente con violenza.
La scienza medica non può essere separata dalla morale dell’uomo. I progressi scientifici e le scelte procedurali di sperimentazione sono legati anche alla morale di chi li esegue. Purtroppo non è un sogno quello che fecero i medici nazisti alle cavie umane, nei campi di concentramento in nome del progresso della medicina. La ricerca medica dalla seconda guerra mondiale ad oggi, ha più volte superato la linea etica del rispetto del malato utilizzandolo in molti casi come cavia in nome del progresso scientifico. Basti pensare a quanto avviene nelle carceri degli Stati Uniti, dove in cambio di alleggerimenti di pena vengono testati nuovi farmaci sui detenuti.
I mezzi che la medicina moderna utilizza per raggiungere il fine della salute e del benessere, non rispettano certo il principio nonviolento del riconoscimento dell’altro, del diverso, quindi il rifiuto della sua sopraffazione e del suo utilizzo come “mezzo”. Non mi riferisco solo ai milioni d’animali che sono torturati e uccisi in nome del progresso scientifico, ma anche ai poveri malati che molto spesso sono ignari degli esperimenti che sono eseguiti sui loro corpi martoriati dalla malattia.
La violenza come metodo di ricerca e di cura è rappresentato della medicina ufficiale che da Descartes in poi vede gli animali e gli uomini come macchine divisibili in organi, tessuti, molecole, atomi sui quali agire o tentare di agire secondo le loro modificazioni. Il metodo sperimentale, pilastro portante della medicina moderna, è quello della sperimentazione animale che se da buoni risultati è applicata all’uomo. Gli animali sono utilizzati per comodità (non a caso le specie animali utilizzate sono quelle che sono meglio gestibili negli stabulari, esse non sono certo utilizzate per intuizioni scientifiche) e per dare l’illusione che la specie umana è salvaguardata da eventuali effetti collaterali gravi. Infatti partire direttamente dall’uomo porrebbe delle non poche problematiche etiche (anche se durante il nazismo e in molti altri casi, anche ai nostri giorni, gli umani sono stati e sono usati come cavie per sperimentare farmaci o tecniche terapeutiche). Il metodo sperimentale applicato prima sugli animali e poi sull’uomo è moralmente inammissibile e inoltre, riesce ad ottenere la sola modificazione dei sintomi delle infermità, non la guarigione delle stesse. Del resto, non potrebbe essere diversamente, visto che si parte dal presupposto che gli uomini sono simili fisiologicamente agli altri animali e soprattutto che gli esseri umani con la medesima patologia sono tutti uguali terapeuticamente, quando in realtà è vero esattamente l’opposto, in altre parole, ogni uomo è soggetto e non oggetto terapeutico. Chi si occupa di Omeopatia sa bene che la personalizzazione della terapia è il fulcro della medicina omeopatica.
La tendenza della scienza medica moderna è quella di dare delle leggi universali per modelli che sono invece sempre diversi tra loro. Persino la fisica teorica, con la teoria quantista ci ha dimostrato che l’universo non può essere analizzato scomponendolo in elementi isolati, esistenti indipendentemente l’uno dall’altro, ma solo nella sua globalità nella sua interezza. In discussione non deve essere messa solo la sperimentazione sugli animali e sull’uomo, come metodo violento, ma va evidenziato che le stesse fondamenta scientifiche della medicina moderna sono fragili e fallaci. Descartes (il padre della medicina moderna) paragonò gli animali a degli orologi composti di ruote e molle e le loro urla di dolore erano solo il rumore degli ingranaggi che stridevano tra loro. Questa similitudine Cartesio la estese al corpo umano. Una sola cosa differenziava gli umani dagli animali, secondo questo eminente scienziato, la mente e l’anima, che i primi hanno e i secondi no. L’intelletto è considerato ancora oggi da molti scienziati come una cosa avulsa dal corpo, perciò le malattie hanno solo origine negli organi interessati. Questo concetto ha avuto un’influenza decisiva sullo sviluppo delle scienze della vita, ed ha impedito a noi medici di conoscere la vera essenza delle malattie. L’uomo, purtroppo è considerato una macchina, e perciò è analizzato e scomposto nelle sue più piccole parti. La malattia è vista come il cattivo funzionamento di meccanismi biologici, che sono studiati dalla biologia cellulare e molecolare. Una volta compreso il meccanismo molecolare, lo s’inibisce con un farmaco, il quale, agisce nella patologia interessata, provocando anche un numero elevato d’effetti collaterali e interazioni. In sostanza, la ricerca e la terapia della medicina moderna, sono tutte improntate sulla riduzione dei sintomi e non sull’effettiva guarigione. A onor del vero, negli ultimi anni, la ricerca scientifica sta dirigendosi verso concezioni in qualche modo “olistiche”vedi la P.N.E.I. Psico Neuro Endocrino Immunologia e verso la personalizzazione delle terapie come gli studi di correlazione tra assetto genetico e sensibilità ai singoli farmaci e si sta facendo strada una concezione di malattia=squilibrio generale piuttosto che malattia=guasto di un organo. A fronte di questo cambiamento di rotta della ricerca scientifica medica tuttavia la prassi ordinaria dei medici è ancora impregnata di positivismo riduzionista, per cui ancora non si vedono sostanziali cambiamenti di rotta rispetto alla palliazione di sintomi e alla aggressione delle malattie. La cronicizzazione delle infermità e delle loro cure sono il risultato che si ottiene da questa medicina. Questo approccio violento alla malattia nasce dalla paura della morte e della sofferenza e della malattia che viene vissuta come un aggressore esterno come qualcosa che si trova al di fuori di noi e che ci assale d’improvviso piuttosto che come qualcosa che ci riguarda molto profondamente, che è cresciuto insieme a noi e che forse può insegnarci qualcosa.
Questa paura non genera solo violenza, ma anche fuga, per cui si abbandonano gli ammalati senza avere la forza di accompagnarli nel loro cammino sopportando il peso dell’impotenza. L’obiezione più ovvia che è fatta a questi ragionamenti è che i risultati ottenuti sono quelli più evidenti e che l’uomo ha migliorato la qualità e la quantità della propria vita grazie alla moderna medicina. Si può facilmente controbattere che questi risultati, sono solo in minima parte ottenuti con i farmaci, e che molti vantaggi derivano principalmente da un generale miglioramento delle condizioni di vita, dall’igiene, all’alimentazione (che dall’ essere in difetto al giorno d’oggi è giunta all’eccesso) e dai grandi progressi che sono stati fatti nell’ambito della chirurgia e dell’anestesia .
Si può anche contestare che questa è la medicina che ci è offerta senza essere però sicuri che sia la migliore medicina possibile. Volendo fare un paragone per comprendere meglio questo concetto, potremmo paragonare questa medicina alle fonti d’energia che ci sono proposte come le uniche utilizzabili in questo periodo: il petrolio e l’energia nucleare. Siamo sicuri che sono le uniche fonti d’energia migliori e possibili?
L’energia eolica, l’idrogeno, l’energia solare e tante altre fonti d’energia meno inquinanti e meno care sono tenute in disparte.
“Primum non nocere” affermava il gran padre della medicina Ippocrate. Concetto dimenticato sostituito dalle multinazionali del farmaco con il concetto “Primum guadagnare”.
L’omeopatia partendo dal presupposto che il malato è un soggetto unico, non ripetibile, che deve essere visto nella sua globalità e complessità, affronta la diagnosi e la terapia in modo nonviolento, olistico.
Si potrebbe usare la proporzione: la violenza sta alla medicina moderna come la nonviolenza sta all’omeopatia.
Questo concetto va valutato in termini teorici. Nessuno si può definire nonviolento, ma solo amico della nonviolenza per cui è facile trovare medici convenzionali amici della nonviolenza e medici omeopatici violenti, perché oltre allo strumento (Omeopatia) è determinante anche il medico che lo usa. Nella concezione omeopatica, l’infermità è una conseguenza di mutamenti in un modello d’energia meglio detta “forza vitale” che è alla base d’ogni fenomeno fisico, emotivo e mentale, è che è tipica d’ogni individuo. L’Omeopatia è un metodo terapeutico basato sulla legge della similitudine “Similia similibus curantur” Pertanto, una sostanza in fase sperimentale, è somministrata ad un soggetto sano a dosaggio ponderale, e con estrema attenzione si annotano i sintomi che essa provoca. La stessa sostanza somministrata in dosi infinitesimali, è in grado di rimuovere proprio quei sintomi che ha evocato a dosaggio elevato. Così Hahnemann giunse alla conclusione che, una sostanza che produce sintomi in una persona sana, può curarli in una persona ammalata. E cosa molto importante, è che Egli riconobbe la necessità di sperimentare su umani sani per poter delineare le indicazioni terapeutiche dei rimedi. Nell’Organon, Hahneann spiega così la Sua scoperta:
“Ora, dato che le malattie non sono altro che alterazioni dello stato di salute dell’individuo sano che si esprimono con segni morbosi e dato che anche la guarigione è possibile solamente trasformando in salute lo stato dell’individuo malato, è evidente che le medicine non potrebbero mai curare le malattie se non avessero il potere di alterare lo stato di salute dell’uomo; di fatto, è evidente che il loro potere curativo è dovuto solo a questo potere che possiedono di alterare lo stato di salute dell’uomo”. I numerosi casi di insuccesso con i farmaci Omeopatici si hanno nel trattamento delle malattie croniche. Nonostante un’accurata ricerca del rimedio adatto, per il paziente affetto da malattia cronica i risultati ottenuti molte volte possono essere effimeri. Hahnenman ha cercato di superare questo ostacolo ipotizzando che all’origine di questi insuccessi vi fossero delle cause di origine contagiosa: i miasmi. Hahneman ne individuò tre: Il miasma Psorico, quello blenorragico e quello sifilitico. Quindi se l’applicazione della legge di similitudine ci consente di trattare con successo una malattia acuta scegliendo correttamente il rimedio, per le patologie croniche la valutazione è molto più complessa, partendo dagli antecedenti familiari e personali del paziente studiati nel loro insieme, nel loro significato eziologico e nella loro dinamica evolutiva. Nel corso degli anni dalla scoperta di Hahnemann sono stai fatti molti passi in avanti e anche l’Omeopatia pur mantenendo fede ai principi Hahnemiani ha subito qualche modifica che si aggiunge alla terapia classica Omeopatica. Mi riferisco alla Omotossicologia, e all’Omeopatia di Risonanza. L’obiettivo dell’omeopatia pertanto è quello di stimolare livelli d’energia di una persona. La parola HIMSA esprime pertanto la rottura dell’armonia o meglio dell’energia vitale e i metodi nonviolenti possono se applicati favorire la guarigione. In Omeopatia è rispettato il principio Gandhiano di responsabilità in cui è fondamentale la scelta della coerenza tra mezzi e fini. Le sperimentazioni omeopatiche (Mezzi) sono effettuate sull’individuo sano e le terapie (Fini) sono ottenute con metodi nonviolenti, se escludiamo i rimedi ottenuti dalle sofferenze degli animali. Il macchiavellico principio, il fine giustifica i mezzi, applicato dalla medicina moderna, porta solo a risultati temporanei e avulsi dalla vera salute dell’uomo.
Assistiamo purtroppo ad episodi paradossali. Infatti, alcuni scienziati favorevoli alla scienza medica omeopatica, per dimostrare la sua veridicità, utilizzano i metodi sperimentali della medicina moderna eseguendo esperimenti su animali, per poi applicarli all’uomo.
Alcuni rimedi omeopatici, non molti in verità, si ottengono dalla sofferenza degli animali. Sarebbe auspicabile se essi fossero banditi dal prontuario terapeutico omeopatico dei medici nonviolenti.
Hahneman ebbe a dire che se la terapia non funzionava sul paziente, la colpa era solo del medico che aveva sbagliato il rimedio e/o il dosaggio. Con quest’affermazione (paradossale per certi versi) egli dà responsabilità e stimola i medici, ad avere l’umiltà di comprendere i propri limiti e la necessità di essere sempre consapevoli che la conoscenza, la pratica e soprattutto l’umiltà sono alla base della professione medica.
Così per chi lotta per il riconoscimento dei diritti dei più deboli, deve essere consapevole che, se non riesce a liberare gli oppressi ha anch’egli una fetta importante di responsabilità.
Concludo portando l’esperienza di un grande medico del passato che ha rinnovato realmente le concezioni sulla salute e la malattia vivendo la medicina in modo nonviolento e cercando di risvegliare nel malato l’armonia universale (che coincide con la pienezza della salute. Recentemente una rivista scientifica (“La Previdenza”) ha riportato la biografia di questo medico.
Si tratta del medico operaio Edward Bach nato a Birmingham nel 1886 il quale dopo aver fatto l’operaio metallurgico, decise di intraprendere gli studi di medicina e laurearsi. Nella pratica medica egli fu sempre più vicino ai malati che ai libri. Lavorò all’Ospedale Omeopatico di Londra ed ebbe così modo di confrontare le sue intuizioni con i metodi dell’Omeopatia. Solo qualche anno dopo nel 1928 egli cominciò a collegare alcuni fiori alla personalità ed al comportamento di determinati pazienti e a somministrarli loro. Il successo che ottenne lo incoraggiò a continuare in questa direzione. Nacque così la terapia con i fiori di Bach. Tutta l’opera di questo medico è permeata di una totale fiducia nella natura e nel suo Creatore. La malattia è lo stadio terminale di una disarmonia profonda tra il creatore e l’animo delle sue creature. Il dolore è di per sè positivo perchè serve a riportarci sulla retta via e aiutarci a raggiungere la perfezione a cui siamo destinati. Le malattie sono la conseguenza dell’orgoglio, della crudeltà, dell’egoismo, dell’odio, dell’ignoranza e dell’avidità. La sofferenza ci può far capire quello che non siamo stati in grado di capire altrimenti. La vittoria sulla malattia dipenderà dall’umana volontà di comprendere le inalterabili leggi dell’universo e di adeguarvisi con umiltà conquistando la vera pace interiore. Un altro aspetto, consapevolmente perseguito dal medico inglese, è l’assenza nella cura di qualsiasi forma di violenza (per esempio le iniezioni), in funzione di dolcezza e gentilezza che sono di per sè un conforto per il malato. La repulsione per la violenza, portò il medico inglese a mettere in discussione la vivisezione e la sperimentazione sugli animali. Un altro aspetto di questa teoria è l’incoraggiamento ad un’alimentazione vegetariana con grande anticipo su orientamenti che solo in tempi recenti vanno raccogliendo sempre più consenso.
D’altro canto diventano sempre più evidenti i compiti e le responsabilità di noi medici sulla salute dei pazienti. Guarirli in un ambiente inquinato, o dove regnano le ingiustizie sociali, la violenza, l’indifferenza per i più deboli è molto difficile se non impossibile. Il compito del medico pertanto è anche esteso all’impegno per ridurre le iniquità nella comunità, e per evitare che la nostra terra non sia inquinata al punto tale che chi la abita ne subisca le inevitabili conseguenze. L’articolo 5 del codice di Deontologia Medica “Invita il medico a considerare l’ambiente nel quale l’uomo vive e lavora quale fondamentale determinate della salute dei cittadini. A tale fine il medico è tenuto a promuovere una cultura civile tesa all’utilizzo appropriato delle risorse naturali, anche allo scopo di garantire alle future generazioni il godimento di un ambiente vivibile”.
Tutto ciò che accade alla Terra, accade ai figli e alle figlie della Terra. L’uomo non tesse la trama della vita; in essa egli è soltanto un filo. Qualsiasi cosa fa alla trama, l’uomo la fa a se stesso. (Capo indiano Seattle)
Ecco perché la terapia, sia essa Omeopatica o convenzionale non può da sola dare benessere ai pazienti. Il compito del medico, in generale, si estende pertanto anche all’impegno sul fronte ecologista e su quello dei diritti umani. La distruzione dell’ambiente e le ingiustizie sociali portano malattia e disagio. Uno degli aspetti più deleteri per la salute umana, che non viene quasi mai esaminato dalla classe medica, è quello della nutrizione, che è da sola responsabile di molteplici patologie.
Anche in questo caso la nonviolenza può dare una risposta medico scientifica. La scelta nutrizionale vegetariana è nei fatti la migliore risposta possibile alle malattie legate alla nutrizione.
Studi scientifici, sempre più numerosi, evidenziano come la dieta vegetariana da sola comporta benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie come l’Obesità, le malattie cardiovascolari, L’Ipertensione arteriosa, il Diabete, il Cancro, l’Osteoporosi, la Demenza, le Malattie Renali.
Nello spirito nonviolento della necessità di con-vincere o vincere insieme, va evidenziato che la medicina accademica non va demonizzata. Essa deve essere considerata una sorta di “castigo” per essersi talmente allontanata dall’armonia naturale da non poterla più restaurare naturalmente. Come sosteneva il Mahatma Gandhi “La mia fede nella nonviolenza è una forza estremamente attiva. Non lascia posto alla viltà e neppure alla debolezza. Vi è speranza che il violento diventi un giorno nonviolento, ma per il vile non ve n’è alcuna. Perciò ho detto più volte che se non sappiamo difendere noi stessi, le nostre donne i nostri luoghi di culto con la forza della sofferenza, vale a dire con la nonviolenza, dobbiamo almeno se siamo uomini, essere capaci di difendere tutto questo combattendo” Questa affermazione può essere l’interpretazione che la Medicina Ufficiale diventa necessaria per non aver saputo difendere la salute in modo nonviolento. Essendo necessaria va accettata e compresa, e aiutata a risollevarsi ritrovando anche in se stessa l’armonia naturale persa. Questo è il fondamento della ricerca d’integrazione e non contrapposizione tra medicina Omeopatica e Allopatica. L’omeopatia insegna alla Medicina Convenzionale la forza della nonviolenza, quella convenzionale si fa carico di difendere la salute combattendo dove non si riusciti a preservarla con la forza della nonviolenza.
Credo che senza un impegno a 360 gradi del medico che, per la salute dei propri pazienti, non ponga attenzione oltre che alla loro malattia, a quello che respirano, a quello che mangiano, e alla qualità della loro vita, il rimedio omeopatico o qualunque farmaco, da solo possa in molti casi essere insufficiente.
Termino citando una frase di Gandhi che mi ha colpito e ha segnato la mia esistenza.
Egli nella Sua infinità umiltà disse “La mia mente è ristretta. Non ho letto molte opere letterarie. Non ho visto gran che del mondo. Mi sono concentrato su certe cose della vita e, a parte queste, non ho altri interessi. Le opinioni che ho formulato e le conclusioni a cui sono giunto non sono definitive. Potrei modificarle in qualsiasi momento. Non ho nulla da insegnare al mondo. La verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne”.
Nonviolenza
Omeopatia
AHIMSA = conquista dell’Armonia.
Omeopatia = Energia Vitale.
AHISMA = Opposizione a ciò che deve restare unito.
OLISMO Omeopatico.
La nonviolenza non vuole vincere, ma con-vincere.
La guarigione prevede l’uscita della malattia dall’organismo.
PRINCIPIO DI RESPONSABILITA’ in cui è fondamentale la scelta della coerenza tra mezzi e fini.
IN OMEOPATIA la coerenza tra ricerca e terapia è in linea con il principio di responsabilità.
Rispetto per il diverso e per chiunque soffra.
Massimo rispetto per il malato, per i sintomi che egli manifesta e empatia per la sua patologia.
Nonviolenza significa esperimenti con la verità, non dogmi, non procedure definitive e routinarie non ricette preconfezionate.
Omeopatia significa personalizzazione della terapia, in base ai sintomi e non in base alla malattia.
Nonviolenza è ricerca del miglior modo per combattere le ingiustizie.
Omeopatia è ricerca del rimedio efficace per il singolo paziente.
Bibliografia:
“Antiche come le montagne”
M.K. Gandhi
Ed. Mondadori 2001
“Le Tecniche della nonviolenza”
A. Capitini
Editore Feltrinelli, Milano 1967
“Aspetti dell’educazione alla nonviolenza”, Pisa,
A. Capitini
Ed. Pacini Mariotti 1959
“Cibo per la mente”
Bottacioli F.
Ed. Tecniche nuove Milano 1989
Manuale pratico di Omeopatia Medicina nonviolenta
Brigo B. Masciello E.
Edizioni Demetra (La Casa Verde) 1990
Of mice, models and man: A Critical Evaluation of Animal Research
Andrew N. Rowan
State University of New York Press (1984)
Vivisezione o scienza. La sperimentazione sull’uomo
Pietro Croce
Editore Calderini
Alternative Medicine
Depak Chopra M.D.
Trivieri and Anderson Editore
Dagli Dei al DNA
Luciano Sterpellone Vol. 10
Antonio Delfino Editore
La Scienza dell’Omeopatia
Gorge Vithoulkas
Edizioni Cortina
Global Pharma
Peter Rost
Rizzoli Editore
Falsi Profeti
Alexander Kohn
Zanichelli Editore
Nemesi Medica
Ivan Illich
Bruno Mondadori Editore
Liberazione Animale
Peter Singer
Mondadori Editore
Vegetarian Diet – June 2003 (Vol. 103, Issue 6 Pages 748-765)
Position of A.D.A. (American Dietetic Association) and Dietitians of Canada
Editore A.D.A.
L’errore di Cartesio
Antonio R. Damasco
Adelphi Editore
Ecocidio
Jeremy Rifkin
Mondadori Editore
Leggi tutto…
Motivazioni etiche della Scelta vegetariana
ricvegan
18 mar, ’09, 7:38 p.
Qui sotto è riportato il mio intervento al convegno scientifico sulla nutrizione vegetariana tenutosi a Milano nel febbraio 2009 organizzato dalla Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana. Alcuni punti non sono comprensibili perchè erano accompagnati da diapositive. Chiedo scusa. Buona lettura L’argomento che tratterò, l’etica del vegetarismo, è spesso snobbato dalla classe medica e dai nutrizionisti in particolare. Molti si infastidiscono se un collega o un paziente desiderano spiegare le profonde motivazioni della scelta vegetariana. In questi due giorni sono state analizzati e sviscerati i vantaggi e le possibili carenze della dieta, che è seguita ormai da molti milioni di persone in tutto il mondo, e che esclude totalmente e per sempre dalla propria tavola i cadaveri degli altri animali. Credo sia importante, per chi opera nel campo della nutrizione e della medicina generale, avere chiare le ragioni che spingono un individuo a non cibarsi per il resto della sua vita di animali e in molti casi dei loro derivati. Ringrazio gli organizzatori e in particolare la dottoressa Luciana Baroni per avermi dato questa opportunità. Chiedo scusa ai relatori che mi hanno preceduto se ripeterò molto velocemente qualche dato che loro hanno già fornito, ma è necessario sottolineare il dovere che hanno la classe medica e i nutrizionisti di difendere l’ambiente, per preservare la salute dei propri pazienti. Credo che nessuno possa smentire l’affermazione che un pezzo di carne, in occasioni particolari, come qualche rara cena con gli amici o qualche festa comandata, sia così estremamente nociva per la salute. Allora, qual è la motivazione, che spinge un individuo a rifiutare la carne in tutte le occasioni che si presentano e soprattutto nella quotidianità, correndo il serio rischio di essere definito folle o irragionevole? Chi ha esperienza in campo medico sa che l’evoluzione scientifica e culturale, hanno avuto nel corso degli anni considerevoli cambiamenti e mutazioni. Ciò che era valido 50 anni fa, adesso può non esserlo più. In campo nutrizionale un esempio è quello dei pediatri che nel dopo guerra in pieno boom economico convincevano le mamme che più il bambino era grasso, più era sano. Non c’erano limiti a nutrire i bambini come dei maialini. Le mamme erano felici solo quando il loro bambino aveva delle guance grosse come meloni. Quelle mamme, che sfortunatamente avevano dei bambini normopeso, quasi si vergognavano di farli vedere in pubblico. Ora, i pediatri pongono come priorità la riduzione dell’obesità infantile. Il filmato che state per vedere, gioca proprio sui cambiamenti di rotta che spesso avvengono in campo medico. Si tratta di uno spezzone del film “Il Dormiglione”del 1973 di Woody Allen, dove il protagonista Miles Monroe, proprietario del ristorante vegetariano “Il sedano allegro”, nel 1970 entra in ospedale per un piccolo intervento chirurgico e si sveglia dopo duecento anni, perché era stato ibernato, dopo che l’operazione non era andata a buon fine. A qualcuno forse è sfuggita questa notizia pubblicata sui principali quotidiani qualche giorno fa………… Ovviamente questo è solo un abile montaggio eseguito con Photoshop ma non è poi così inverosimile la possibilità che si possa verificare un giorno ciò che abbiamo appena letto. La ricerca non ha rispetto per gli altri animali. Anche se la fantasia diventasse realtà, come in questo caso, i vegetariani continuerebbero in ogni caso a non cibarsi di animali e avrebbero sempre come priorità la rivoluzione vegetariana. Perché? Cerchiamo di capire cosa spinge una persona a diventare vegetariano. A tale proposito mi piace citare G.B. Shaw perché egli incarna il vero spirito del vegetariano. Sentite cosa scrisse ad un amico in un momento difficile della Sua vita: “Mi ritrovo in una situazione estremamente grave. Se voglio continuare a vivere, devo mangiare delle bistecche. I miei familiari mi si affollano attorno in lacrime offrendomi estratti di carne bovina e di pesce spada. Tuttavia, la morte è preferibile al cannibalismo. Nel mio testamento ho dato disposizione per il mio funerale: non desidero vi partecipino vetture addobbate a lutto ma mandrie di buoi, greggi di pecore, maiali, ogni genere di volatile e infine un piccolo acquario semovente pieno di pesci vivi, tutti ricoperti di squame bianche in onore dell’uomo che ha preferito morire piuttosto che mangiare delle creature che sente sue compagne. Dopo la processione dell’arca di Noè sarà la cosa più straordinaria che si sia mai vista” Prima di analizzare la filosofia del vegetarianismo nei suoi molteplici aspetti vorrei introdurre il concetto di VIOLENZA STRUTTURALE. Sono diverse le forme di violenza che vengono analizzate dalla sociologia attuale e fra queste i modelli piu frequenti sono la violenza diretta, la violenza strutturale e la violenza culturale. Uno dei più illustri ricercatori fondatori della teoria della violenza strutturale è Johan Galtung, sociologo e matematico norvegese; secondo tale corrente la violenza strutturale consisterebbe nella differenza tra il potenziale di un individuo e la possibilità di realizzare tale potenziale. La violenza strutturale è la madre dell’ingiustizia sociale. È il silenzioso motore che porta avanti la disuguaglianza del mondo. Si nasconde dietro allo status quo ed è ciò che lo sostiene. Si confonde tre le consuetudini e le abitudini, si perde nelle tradizioni. Alimenta ogni giustificazionismo. Fa inevitabilmente parte delle nostre vite e ci condiziona a tal punto che non solo molte ingiustizie ci appaiono se non normali quantomeno inevitabili, ma addirittura certe ingiustizie non ci appaiono più come tali. A mio avviso l’esempio più lampante di ciò è la violenza strutturale che rende legittimo e quasi innocente lo sfruttamento degli animali non d’affezione. Allevare la vita con crudeltà e avidità, sottrarla al proprio ambiente, torurarla, mutilarla, ammazzarla non fa scandalo. Non provoca indignazione. È una sofferenza questa che passa inosservata perché è giustificata dal fatto che così si è sempre fatto. Certo quando Galtung ha per primo parlato di violenza strutturale, lo ha fatto limitandosi alle vittime umane di quest’ultima dando ulteriore prova del fatto che la violenza sugli animali è la forma più radicata di violenza strutturale. L’elitarismo istituzionalizzato, L’Etnocentrismo, il Classismo, il Razzismo, il Sessismo, il Nazionalismo, l’Eterosessismo, la disparità d’accesso alle risorse o al potere politico, all’istruzione, all’assistenza sanitaria, a quella legale, sono tutte forme di violenza strutturale. Nel mondo spesso essere donna significa avere una prospettiva di vita che non lascia spazio al libero arbitrio e alla realizzazione di sé. L’appartenenza ad un’etnia o ad una casta, il colore della pelle, l’orientamento sessuale a diverse latitudini influenzano il destino di un essere umano. Fa gran differenza nascere a nord o a sud del mondo. La distribuzione dell’ingiustizia umana non è uniforme e può capitare di nascere dalla parte giusta del globo garantendosi il potenziale di un’esistenza “libera” dove non si è vittima di nessuna violenza strutturale ma casomai si è partecipe o peggio artefice. Nascere animale in qualsiasi parte del mondo dà la garanzia assoluta di subire violenza che non è solo strutturale è soprattutto diretta. AD un animale non si nega il diritto all’istruzione, all’assistenza sanitaria, al voto. Si nega il diritto alla vita e alla libertà. La gran differenza tra le vittime umane e le vittime animali è che le vittime umane prima o poi nella storia a qualche latitudine si rendono conto di meritare ciò che è loro negato. A partire da questa presa di coscienza nascono le grandi rivoluzioni che lentamente o velocemente cambiano la mentalità facendo crollare i baluardi d’ignoranza su cui si rintana la violenza strutturale. Una volta che questa viene svelata combatterla diviene più facile ma come diceva il grande Einstein “è più facile rompere un atomo che un pregiudizio”. Ai nostri occhi d’occidentali del 21esimo secolo pare impossibile che in tempi assolutamente non remoti nella nostra civilissima metà del mondo fossero discriminate le persone che avevano un colore della pelle diverso dal nostro o un sesso diverso da quello maschile. Eppure il diritto di voto alle donne nel nostro paese è stato conquistato nel 1945, in Svizzera nel 1971. L’abolizione della discriminazione razziale in Sud Africa è avvenuta solo 14 anni fa. A tutto oggi in molti paesi del mondo la violenza strutturale e diretta è implacabilmente inflitta ai diversi: in Iran gli omosessuali sono impiccati, in alcuni paesi africani le donne adultere vengono lapidate in pubblico. Violenza diretta è la pietra che colpisce la donna. Violenza strutturale sono le persone che assistono e che non vedono l’atrocità di quello che sta accadendo. Andare in una macelleria non è poi tanto diverso. Comprare un pezzo di carne non implica certo una violenza diretta. Non ci si sporcano le mani di sangue. Non si odono grida di paura e dolore. Non si sente l’odore della morte. A volte la carne è così reificata da rendere impossibile risalire all’animale a cui è stata tolta. Spesso è strano anche solo pensare che ciò che si sta mangiando non è un ciò ma era un chi. Qui si palesa tutta la atroce innocenza con cui si ciba di chi come noi avrebbe preferito vivere. Prima ho citato realtà come quella del razzismo e del sessismo che sono purtroppo o per fortuna molto familiari ad ognuno di noi. Forse in pochi però avrete già sentito parlare di specismo. Specismo è un termine coniato da Richard Ryder per descrivere la diffusa convinzione antropocentrica che gli esseri umani godano di uno status morale superiore – e debbano quindi godere di maggiori diritti – rispetto agli altri animali. L’intento di Ryder era quello di porre in evidenza le analogie fra lo specismo e il razzismo, dimostrando che le motivazioni filosofiche per condannare queste due posizioni sono analoghe. Il termine specismo viene usato comunemente nel contesto della letteratura sui diritti animali , per esempio nelle opere di Peter Singer e Tom Regan. In questa ottica va sottolineato che animali appartenenti a specie diverse hanno destini molto diversi nelle varie parti del mondo. E’ quantomeno curioso come alcune specie animali non finiscano sulle nostre tavole (anzi il solo pensiero di trovarle nel piatto ci fa inorridire) ma siano ritenute pietanze saporitissime su altre. Un cane, un gatto, una mucca, un cavallo o un maiale a seconda della nazione in cui si trovano possono finire nel piatto come manicaretto o essere accolti come membri a tutti gli effetti di una famiglia. In india le mucche sono sacre, in Europa sono un must dell’alimentazione carnea. In Corea il Cane è piatto nazionale, in occidente viene considerato il migliore amico dell’uomo. Gli Ebrei reputano per motivi religiosi non Kosher (immangiabile) il maiale, il cammello, il coniglio, il cavallo, tutte le creature marine senza squame. Così anche i musulmani sempre per motivi religiosi non possono mangiare il maiale. Come vedremo sono molteplici le ragioni che spingono una persona a diventare vegetariana. Pitagora pioniere della filosofia vegetariana riteneva che questo tipo di dieta fosse importante per il benessere fisico, psichico e spirituale sostenendo inoltre che la violenza verso gli animali stimolasse inevitabilmente conflitti tra gli esseri umani. Il vegetarismo (detto anche vegetarianismo o vegetarianesimo) è una forma d’alimentazione che esclude il consumo delle carni di qualsiasi animale. Diverse però sono le forme d’alimentazione vegetariana. Si parla, infatti, di dieta latto-ovo-vegetariana, di latto-vegetariana, di ovo-vegetariana e infine di vegana. Quest’ultima è eticamente la più coerente nonché la più salutare evitando il consumo di carne, pesce, latte, uova, formaggi e miele. Al concetto di vegetarismo, si possono ricondurre perciò molti regimi alimentari differenti, che si distinguono fra loro non solo per la scelta dei cibi, ma anche per le motivazioni su cui si fondano. Una caratteristica comune a tutte le diete vegetariane è la rinuncia a quegli alimenti che provengono da animali uccisi, pesci compresi. Pertanto le diete definite semivegetariane, flexitariane, fishvegetarian non hanno alcuna relazione con le motivazioni etiche della dieta vegetariana. Nella maggior parte dei casi chi diventa vegetariano resta tale per tutta la sua vita. Va precisato con fermezza questo concetto perchè è necessaria una netta distinzione tra chi si rifiuta di mangiare per il resto della sua vita cadaveri e chi invece saltuariamente ne consuma in modica quantità. L’alimentazione vegetariana non si può considerare solo un’alimentazione alternativa o semplicemente una dieta che si discosta dal regime alimentare seguito dalla maggioranza della popolazione. La dieta vegetariana rappresenta uno stile di vita che dovrebbe andare ben oltre il mero aspetto nutrizionale anche se alcune persone decidono di diventare vegetariane o di dichiararsi tali per ottenerne dei benefici dal punto di vista della salute, dell’aspetto fisico o per seguire qualche moda del momento o peggio ancora per nascondere un disturbo dell’alimentazione. Chi decide di non mangiare carne solo per se stesso difficilmente troverà delle motivazioni così forti da rimanere vegetariano per tutta la vita o da non concedersi ogni tanto qualche sgarro perché dopotutto la carne assunta in piccole quantità tanto male non fa. Chi invece, come me, diventa vegetariano prima di tutto come gesto di compassione e rispetto, all’inizio del suo cammino dietetico può non porre molta attenzione agli aspetti nutrizionali della dieta che ha deciso di intraprendere. Molto spesso si ribella ad uno status quo, semplicemente eliminando dalla sua tavola tutti quegli alimenti che ritiene essere fonte di sofferenza. la carne, il pesce, gli affettati. In genere li sostituisce con formaggi e derivati del latte. Errore che i nutrizionisti dovrebbero subito evidenziare quando si trovano di fronte ad un vegetariano. Stranamente almeno nelle prime fasi del suo cammino dietetico, il vegetariano attribuisce ai derivati d’origine animale una connotazione più vegetale che animale e non si rende conto che invece anche quei prodotti sono frutto dello stesso sfruttamento che decide di contrastare rifiutando la carne. Questo periodo può essere seguito da una maggiore consapevolezza e conoscenza sull’argomento. Rispetto solo a qualche anno fa chi è vegetariano oggi ha la possibilità di accedere ad una serie d’informazioni prima quasi censurate. Associazioni, libri, gruppi, internet permettono di avere una maggiore consapevolezza sulla propria scelta alimentare. Purtroppo succede molto spesso che i medici e gli operatori sanitari impreparati su questo argomento (e sono parecchi) mettano in atto una forma di terrorismo psicologico nei confronti del paziente vegetariano prospettandogli le terribili ripercussioni che l’alimentazione vegetariana avrà sulla sua salute: anemia, astenia, carenze vitaminiche e proteiche. Le possibilità non sono molte. O ci si fa influenzare o si cerca un medico più preparato e onesto o il più delle volte ci si arrangia. Il vegetariano in genere ha una maggiore attenzione verso il proprio stato di salute e le motivazioni etiche che lo hanno portato a quella scelta gli permettono di porre attenzione anche alla salute mentale e spirituale. Le numerose pubblicazioni sul vegetarismo aprono un mondo tutto nuovo sul perchè è necessario diventare vegetariani. Diventare vegetariani non è il punto d’arrivo bensì un punto di partenza. Si può partire spinti dal rifiuto di fare parte di una logica di morte e proseguire il cammino scoprendo i vantaggi sul piano della salute o sull’impatto ambientale per arrivare a rendersi conto delle implicazioni economiche, sociali e di uno stile di vita più adeguato alle esigenze del nostro organismo. La rivoluzione vegetariana inizia nel nostro piatto ma può riguardare ogni aspetto della nostra vita. Chi diventa vegetariano come scelta d’amore e di compassione sta attento non solo a cosa mangia ma anche a come si veste ai prodotti di bellezza che usa, cerca di limitare il consumo di farmaci al necessario, cerca di convincere chi ancora non lo è. Chi rispetta anche la più insignificante e indifesa forma di vita più facilmente rispetterà anche i propri simili anche se bisogna riconoscere che esiste chi si professa amante degli animali essendo incapace di amare gli altri esseri umani. È opinione comune ritenere che l’uomo abbia il diritto di sfruttare a suo piacimento tutto ciò che cammina, striscia, vola, nuota nel pianeta terra in virtù della sua supposta superiorità morale e intellettuale. La chiesa cattolica certo non aiuta dal momento che ritiene sacra la vita umana prima ancora che questa sia concepita attribuendo maggiori diritti ad uno zigote i cui due pronuclei ancora non si sono fusi piuttosto che ad un essere vivente dotato di uno sviluppato sistema nervoso che gli consente di interagire con l’ambiente circostante provando paura, curiosità, dolore, emozioni e pure sentimenti come per esempio un agnello. 46 cromosomi umani anche se per il 99 e passa per cento condividono lo stesso materiale genetico di un primate valgono più di qualsiasi altro dna sulla terra. Se questo è ciò che sostiene la morale comune forte della convinzione che dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (e casomai è vero il contrario) alcuni grandi del passato in assoluta controtendenza si sono resi conto che se è pur vero che gli uomini sono dotati di maggiori doti intellettive e spirituali queste dovrebbero essere usate per limitare la sofferenza d’ogni essere alla legge naturale del mors tua vita mea. Solo per citarne alcuni: Pitagora, Empedocle, Ovidio, Seneca, Plutarco, Leonardo da Vinci, Jeremy Bentham, Arthur Schopenhauer, Lev Tolstoy, Mahatma Gandhi, Albert Einstein, Geroge Bernard Shaw, I.B. Singer “Non mettete fine alla macellazione maledetta? Non vedete che con cieca ignoranza dell’anima distruggete voi stessi? Empedocle (43-420 A.C.) “Verrà il giorno in cui il resto degli esseri animali potrà acquisire quei diritti che non gli sono mai stati negati se non dalla mano della tirannia. I francesi hanno già scoperto che il colore nero della pelle non è un motivo per cui un essere umano debba essere abbandonato senza riparazione ai capricci di un torturatore. Si potrà un giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell’osso sacro sono motivi egualmente insufficienti per abbandonare un essere sensibile allo stesso fato. Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? La facoltà di ragionare o forse quella del linguaggio? Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali, e più comunicativi, di un bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese. Ma anche ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe? Il problema non è “Possono ragionare?”, né “Possono parlare?”, ma “Possono soffrire?”. Jeremy Bentham Il precursore del movimento moderno per il riconoscimento dei diritti degli animali è Peter Singer che sviluppa la sua teoria del principio d’uguaglianza. Secondo questo principio “noi dobbiamo attribuire agli interessi di coloro che sono coinvolti dalle nostre azioni lo stesso peso morale che accordiamo ai nostri”. Ciò è molto vicino all’insegnamento di Gesù “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. Questo significa che gli interessi sono indipendenti da chi li ha, dal sesso, dalla condizione sociale, dal grado d’intelligenza, dalla razza. Il principio d’uguaglianza secondo Singer, non deve valere solo come vincolo tra gli esseri umani, ma esso deve essere esteso anche agli appartenenti alle altre specie. Così come i sessisti negano alle donne i loro bisogni in base all’appartenenza ad un altro sesso, e i razzisti considerano inferiori a loro quegli uomini che hanno un diverso colore della pelle, allo stesso modo gli specisti permettono che l’allevamento, la tortura, l’uccisione degli animali e il banchetto con i loro corpi, sia possibile solo perché essi appartengono ad una specie diversa dalla nostra. Arthur Schopenhauer Filosofo vissuto a cavallo tra il 18° e il 19° secolo sostiene che “ Dovremmo sinceramente dire: gli uomini sono il diavolo sulla terra e gli animali la loro anima tormentata”. Né la religione cattolica né quella musulmana né quella ebraica (le principali religioni monoteiste) mostrano interesse verso quelli che dovrebbero essere i diritti degli animali non umani, figli di un dio minore. Una considerazione sicuramente maggiore si trova nella religione buddista. Nel Maha pari nirvana Sutra è detto: “Mangiare carne distrugge il seme della grande compassione.” Nelle tradizionali storie Jataka, che descrivono le vite precedenti del Buddha, sono contenuti innumerevoli insegnamenti che raccomandano di rispettare tutti gli animali e di evitare qualsiasi violenza, e si narra che il Buddha stesso attraversò diverse vite come animale. L’insegnamento di non violenza e vegetarianesimo del buddhismo si basa dunque sull’unità fondamentale di tutti gli esseri viventi, sul principio della reincarnazione (cioè chiunque potrebbe reincarnarsi come animale) e sulla compassione verso coloro che si trovano in una condizione di non illuminazione — a cominciare dagli animali stessi.. Il Dalai Lama ha affermato “Senza dubbio ci troviamo un gradino più sopra rispetto agli animali per la nostra intelligenza e la nostra forza spirituale. Ma per quel che riguarda il diritto alla vita ci troviamo sul loro medesimo piano.” Nella Bibbia comunque si trovano passi che invitano alla scelta di vita vegetariana: “E Dio disse: ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo.”. (1. Mosè, 1,29). “Soltanto non mangerete la vita con il suo sangue”. (1. Mosè, 9,24). Nella Bibbia è anche scritto “Dio dona come cibo agli uomini tutto ciò che si muove.”. ( Mosè 1.9,4) Indipendentemente dalle teorie filosofiche che strutturano e inquadrano la questione dei diritti degli animali nonumani, la scelta vegetariana è soprattutto una scelta d’amore mossa prima che dalla testa dal cuore. A chiunque sarà capitato di avere un animale domestico e di considerarlo a tutti gli effetti un membro della famiglia. Per la maggioranza delle persone l’empatia, la simpatia e l’affetto sono da riservarsi solo a cani e gatti. Gli altri sono si buoni, ma da mangiare. Il mondo ha sempre più fame. Un miliardo di persone sono senza cibo. Secondo la FAO gli affamati aumentano invece di diminuire. Questo anno sono 40 milioni in più dell’anno scorso e 150 milioni in più rispetto al biennio 2003-2005. Un miliardo e 200 milioni di persone non hanno accesso a fonti d’acqua pulita. Circa metà della popolazione mondiale vive con meno di due dollari il giorno. L’un per cento degli abitanti della terra possiede il 40 per cento delle ricchezze. Cosa hanno in comune questi dati con la rivoluzione vegetariana? Il mondo ecologista, i cittadini più sensibili ai problemi ambientali, i politici più illuminati sono molto preoccupati dell’inquinamento dell’ambiente. Alcuni economisti e molti ecologisti profetizzano nel breve periodo l’autodistruzione della terra se non avviene una svolta delle politiche ambientali e se tutti i paesi del mondo non collaborano per eliminare o quantomeno ridurre le fonti d’inquinamento. Tutti sono preoccupati per le centinaia di milioni d’automobili, camion e autobus, come pure degli aerei, dei treni, delle fabbriche, che emettono anidride carbonica nell’atmosfera surriscaldando il pianeta, minacciando di cambiare radicalmente il clima sulla Terra con conseguenze disastrose per la razza umana. Ma vi è una fonte ancor più insidiosa ed inquinante che è purtroppo quasi ignorata ma che è il principale fattore d’alterazione globale del clima. Essa e la carne che mangiamo. La FAO ha stabilito in un suo recente rapporto che il 18% dei gas serra è generato dal bestiame. Gli animali da allevamento con il letame generano il 9% delle esalazioni d’anidride carbonica e il 65% delle emissioni del protossido d’azoto, un gas che contribuisce al riscaldamento terrestre quasi 300 volte più del biossido di carbonio. Il 37 per cento del metano che ha un effetto serra 23 volte superiore a quello dell’anidride carbonica è emesso dagli animali negli allevamenti intensivi. Il bestiame escludendo il polo nord e il polo sud occupa il 26 per cento della superficie terrestre. Il 30 per cento delle terre coltivabili è utilizzato per produrre cereali per nutrire gli animali zootecnici. Questo è uno dei motivi dell’impoverimento dei paesi del terzo mondo e della fame endemica. Infatti, le terre coltivabili d Africa ed America Latina sono in gran parte utilizzate per produrre cereali che sono importati in Europa per nutrire gli animali che poi diventeranno bistecche. Sono necessari quattro chili di mangimi per fare ingrassare di mezzo chilo una mucca, ciò significa che solo l’11% del mangime serve a produrre proteine della carne, l’altro 89% è consumato nel processo di conversione utilizzato per mantenere in vita l’animale e consentirgli le sue normali funzioni fisiologiche. Ciò significa che un animale produce meno di 50 chili di proteine consumando più di 790 chili di proteine vegetali. Le disparità tra ricchi e poveri sono spudorate: Un asiatico consuma fra 130 e 180 kg di cereali l’anno Un americano consuma più di una tonnellata di cereali l’anno, l’80% dei quali attraverso il consumo di carni nutrite con cereali. Il fatto è che centinaia di milioni di persone nel mondo lottano ogni giorno contro la fame perché gran parte del terreno arabile Ë oggi utilizzato per la coltivazione di cereali ad uso zootecnico piuttosto che per cereali destinati all’alimentazione umana. I ricchi del pianeta consumano carne bovina e suina, pollame e altri tipi di bestiame, tutti nutriti con foraggio, mentre i poveri muoiono di fame. Il 70% di tutta l’acqua consumata è destinata all’agricoltura Quasi metà dell’acqua consumata in Europa e negli Stati Uniti è destinata alle coltivazioni di alimenti per animali. L’acqua utilizzata per produrre 5 kg di carne equivale al consumo medio di una famiglia di 4 persone in un anno. Per produrre una tonnellata di carne bovina occorrono 31500 metri cubi d’acqua, mentre per produrre una tonnellata di cereali ne occorrono 450. Per produrre un kg di proteine animali ci vuole 15 volte più acqua di quella necessaria per produrre la stessa quantità di proteine vegetali. Per 1 kg di carne di manzo servono 100.000 litri d’acqua Per un chilo di grano servono 900 litri d’acqua. Per un chilo di patate servono 500 litri d’acqua. Gli allevamenti intensivi causano anche un altro grave problema ambientale legato alle acque. Infatti, gli animali da allevamento producono ogni anno un miliardo di tonnellate di rifiuti organici, la maggior parte dei quali si riversano sul terreno e penetrano nella falda, inquinando pozzi, fiumi, laghi. Oggi, milioni di Europei, Americani, Giapponesi consumano hamburger, bistecche, arrosti in quantità spaventose, non consapevoli dell’effetto che le loro abitudini alimentari hanno sulla sopravvivenza della vita del pianeta. Ogni bistecca nel piatto è prodotta a spese di foreste bruciate, di territori erosi, di campi isteriliti, di fiumi prosciugati, del rilascio nell’atmosfera di milioni di tonnellate di gas nocivi, di esseri umani che non hanno cibo a sufficienza e di tanta, tanta, sofferenza. Non sono necessarie le biotecnologie o i prodotti OGM per sfamare il mondo. Già oggi ci sarebbe cibo a sufficienza per tutti se solo fosse distribuito più equamente e se fossimo tutti vegetariani. Alcuni di voi probabilmente si domanderanno se quello che è stato detto è pertinente con la nostra professione e con il ruolo che ricopriamo nella società. A tale proposito vorrei ricordare l’articolo 5 del codice di deontologia medica: Educazione alla salute e rapporti con l’ambiente Il medico è tenuto a considerare l’ambiente nel quale l’uomo vive e lavora quale fondamentale determinante della salute dei cittadini. A tal fine il medico è tenuto a promuovere una cultura civile tesa all’utilizzo appropriato delle risorse naturali, anche allo scopo di garantire alle future generazioni la fruizione di un ambiente vivibile. Il medico favorisce e partecipa alle iniziative di prevenzione, di tutela della salute nei luoghi di lavoro e di promozione della salute individuale e collettiva. La scienza della nutrizione ha bisogno di spingersi oltre lo studio delle proprietà e delle modalità d’assimilazione delle sostanze nutritive da parte dell’organismo. Ecco perché abbiamo aggiunto la parola etica ad una scienza che si è dimostrata negli ultimi decenni una delle discipline più importanti per la prevenzione di molte malattie metaboliche. Vi ringrazio e mi scuso se le immagini che avete visto vi hanno turbato. Spero di rasserenarvi con questo pensiero di Albert Einstein. “Un essere umano è parte di un intero chiamato universo. Egli sperimenta i suoi pensieri e i suoi sentimenti come qualcosa di separato dal resto: una specie d’illusione ottica della coscienza. Questa illusione è una specie di prigione. Il nostro compito è quello di liberare noi stessi da questa prigione attraverso l’allargamento del nostro circolo di conoscenza e di comprensione, sino ad includere tutte le creature viventi e l’interezza della natura nella sua bellezza.”. Leggi tutto…
ricvegan
7 ott, ’08, 9:06 p.
Facile come accendere una sigaretta “Una pistola è facile da usare come un pacchetto di sigarette” (Evan J. Lolless, ergastolano di 34 anni in prigione per assassinio)* Giorni fa un bambino di sei anni è rimasto ucciso da un colpo partito accidentalmente dalla pistola del padre, legalmente detenuta. La dinamica dell’incidente non è ancora chiara. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, il piccolo avrebbe approfittato di un attimo di distrazione dei genitori per impugnare l’arma, da cui sarebbe partito accidentalmente il proiettile che lo ha raggiunto al basso ventre. Trasportato da un’ambulanza all’ospedale di Piombino, il piccolo è morto poco prima di entrare in sala operatoria. Questa è la notizia di cronaca apparsa su tutti i giornali e diffusa dalle televisioni. La campagna “Addio alle Armi” partita un anno fa è tristemente rafforzata da questi tragici episodi. In questo arco di tempo quante persone sono state uccise, accidentalmente o volontariamente, in Italia da armi da fuoco legalmente detenute? Quante vite si potevano salvare se in quel momento fatidico non ci fosse stata un arma nelle vicinanze? Gli incidenti sicuramente non sono voluti. Molti delitti non sono premeditati. Molti omicidi avvengono solo perché in quel tragico momento di rabbia e di sconforto si ha la sfortuna di trovare un’arma vicino, a portata di mano. E in quel momento quel pezzo di metallo sembra l’unica via e il suo uso appare inevitabile. La tragedia arriva dopo. La catastrofe si percepisce successivamente. Perché nessun uomo, sano di mente, può uccidere un altro essere vivente senza provare rimorso. Le persone che si recano dal medico per ottenere il certificato per il porto d’ armi sono persone il più delle volte fisicamente e psichicamente mature, stabili, consapevoli che avranno fra le mani un oggetto pericoloso. Ma come può un medico essere certo che queste persone in determinati momenti della loro vita, (tradimento del coniuge, ladro in casa, lite col vicino, diatribe fra parenti eccetera.), accecati dalla rabbia non vadano a cercare quell’arma gelosamente custodita, per difendersi o farsi giustizia? Chiunque, anche la persona più mite, può reagire in modo violento in determinate occasioni. E se l’arma è a portata di mano, è ancora più facile commettere delitti. Ecco perché un medico secondo scienza, ma soprattutto secondo coscienza non dovrebbe rilasciare un certificato che permette a delle persone di avere la licenza di uccidere. C’è chi sostiene che le armi servono per reagire a eventuali aggressioni da parte di ladri o malintenzionati. Niente di più falso. Uccidere un essere umano è sempre e comunque assurdo. L’Europa, già da tempo, ha abolito la pena di morte, anche per i più feroci assassini. Ciò è significativo della consapevolezza comune che la vendetta non paga. Perciò cari colleghi medici, donne e uomini a cui sta a cuore il valore della non violenza, aderite a questa campagna e contribuite con aiuti economici alla sua attuazione. Nulla è più prezioso della vita, di chiunque. Essa ha un valore immenso a chiunque appartenga, sia esso umano che appartenenti invece ad un’altra specie. Ogni anno, in tutto il mondo, circa mezzo milione di bambini, donne, uomini… sono uccisi dalla violenza armata. Una persona al minuto. Entro il 2020, il numero di morti e di feriti a casua della guerra e della violenza supererà quello delle morti causate da malattie come la malaria e il morbillo. Nel mondo d’oggi, la diffusione delle armi è così forte che si stima ci sia una pistola per ogni 10 persone sul pianeta Leggi tutto…
ricvegan
7 ott, ’08, 8:52 p.
Science of Ethical Nutrition Association of Doctors and Nutritionists that link togheter ethics and Nonviolence with the Science of Nutrition Background Doctors and nutritionists are inclined to work in nutrition exclusively through a scientific point of view, refusing the involvement about argument as the environmental pollution, the suffering of the animals,the hunger, the economy of nutrition. Our job as Doctors od Science of Ethical Nutrition is to promote a new diet model, able to go bejond the individual health. We are proposing an alimentation that respects the natural habitat and the other animals; an alimentation in order to promote the development of an economy based on the saving of alimentary energy and the energy to produce the aliments. Materials and Methods Can exist the Science without the ethic? May the scientists be immune by the ethic involvement? And jet a lot of Doctors don’t want to care about the problem of the universe, because for them, these prblems lie outside from their jobs, that regards only the health of the patient. But how can the patient be all right in a world brutalized by the hunger, the wars, the injustices, the human and animal suffering Results Hunger and Opulence Dozens in thousand of poor human beings die every day of hunger and in the same time dozens in thousand of rich human beings die for opulence Food and Environment The hearth can’t stand no more the internsive exploitation to wich is submitted Animal rights and ethic in the plate Is borning the consciousness about the suffering of the not human animals that we eat and the consequent refuse to take part and to be the cause of such a suffering. Health and nutrition Reduction of the deseases and obesity through a vegetarian diet Culture and nutrition The better way to approach to a vegetarian diet without passing many hours in the kitchen and without distressing our alimentary abitude Conclusions The principal job of the doctors of Science of Ethical Nutrition, will be that obtein the involvment of the colleagues and their approvation to give them the possibility to pass to their patients an ethic, ecological, cultural, and scientific message. A message that improve the quality and quantity not only for the human life but also for the environment that sorround ourself and all the creature that live with us. Leggi tutto…
Fame e vegetarismo
ricvegan
3 nov, ’07, 7:22 p.
Ogni anno 40 milioni di persone muoiono per fame e circa 15 milioni di bambini muoiono per malnutrizione e se ciò accade è anche colpa di chi mangia carne. Occorrono circa 10 chilogrammi di proteine vegetali per ottenere un solo chilogrammo di carne commestibile. Trentasei dei quaranta paesi più poveri del mondo esportano cereali negli Stati Uniti dove il 90 per cento del prodotto importato è utilizzato per nutrire gli animali destinati al macello. L’America Meridionale per fare posto agli allevamenti distrugge ogni anno una parte della foresta amazzonica grande come l’Austria. Mangiare carne non è solo assassinio, è anche un suicidio. Quando ti siedi a tavola decidi della tua salute e anche di quella del pianeta. Gli allevamenti intensive producono fino a tre tonnellate di liquami per ogni cittadino, inquinando il sottosuolo. L’evaporazione dei liquami è trà le cause principali delle piogge acide. Viviamo in un mondo dove un miliardo di persone non ha accesso a fonti di acqua pulita, e per produrre un chilogrammo di carne di manzo occorrono più di tremila litri di acqua. La sofferenza alla quale sono sottoposti gli animali non umani che diventeranno bistecche è così evidente che ci si chiede se I carnivori hanno gli occhi imbottiti di prosciutto. Tutti prima di mangiare il filetto dovremmo andare al macello o in un allevamento e chiederci se tutto questo ha un senso o se siamo parte artiva e responsabile della sofferenza. Cambiare si può, anche perchè la scelta vegetariana sotto il profilo nutrizionale porta innumerevoli vantaggi. Come è evidenziato dalla American Dietetic Association: Le diete vegane ben bilanciate ed altri tipi di diete vegetariane risultano appropriate per tutti gli stadi del ciclo vitale, ivi inclusi gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia ed adolescenza. Le diete vegetariane offrono molteplici vantaggi sul piano nutrizionale, compresi ridotti contenuti di acidi grassi saturi, colesterolo e proteine animali, a fronte di più elevati contenuti di carboidrati, fibre, magnesio, potassio, acido folico ed antiossidanti, quali ad esempio le vitamine C ed E e le sostanze fitochimiche. I dati disponibili nella letteratura scientifica evidenziano come i vegetariani presentino un più basso indice di massa corporea dei non-vegetariani, come pure una ridotta incidenza di morte per cardiopatia ischemica; i vegetariani presentano inoltre più bassi livelli di colesterolo plasmatico e di pressione arteriosa, una ridotta incidenza di ipertensione, di diabete mellito tipo 2 e di tumore della prostata e del colon. Vegetariano si può, vegetariano si deve. Riccardo Trespidi Medico di Medicina Generale Presidente del comitato medico scientifico dell’Associazione Vegetariana Italiana Leggi tutto…
ricvegan
8 feb, ’07, 7:01 p.
Medici obiettori contro il porto d’armi
L’Associazione Vegetariana Italiana è nata nel 1952 sotto il segno della nonviolenza.
Aldo Capitini ne è stato il fondatore e ha voluto dare a questa associazione un impulso che va ben oltre la
scelta di non cibarsi di violenza e di sofferenza. Pochi conoscono la scelta vegetariana come parte di un di-
segno che vede nella nonviolenza la sua origine e il suo sviluppo. Noi vegetariani abbiamo una lunga storia
di battaglie per i diritti civili, per l’ambiente e per il riconoscimento del diritto alla vita di chi ha avuto la sola
colpa di nascere nonumano.
Fedeli alla tradizione della nonviolenza e del rispetto di tutti gli esseri viventi i membri del Comitato
Medico Scientifico dell’Associazione Vegetariana Italiana si fanno promotori di un’iniziativa che vuo-
le coinvolgere tutti i colleghi in una battaglia di civiltà, di amore e di rispetto.
Rivolgiamo questo appello a tutti i medici e proponiamo loro di farsi promotori e sottoscrivere la campagna
Obiezione di coscienza al rilascio di certificati per il porto d’armi.
In una percentuale elevata di casi chi ha un’arma, la utilizza per scopi diversi da quello per cui la possiede.
Molti utilizzano il fucile per uccidere gli altri animali in nome di uno sport chiamato caccia e a volte l’arma da
difesa diventa arma di offesa rivolta verso il coniuge, il figlio, il parente, il vicino, scatenando tragedie orren-
de.
Da un punto di vista numerico, con riferimento ai dati del 2001 si è calcolato che si verifica un incidente mor-
tale sul lavoro circa ogni 3.500.000 giornate lavorative e almeno un incidente mortale di caccia ogni 550.000
giornate di caccia. Dal rapporto fra tali cifre risulta che le morti per caccia sono il sei volte e mezzo in più ri-
spetto a quelle sul lavoro.
Se ancora confrontiamo il dato sulla caccia rispetto agli incidenti d’auto, dove vi è un incidente mortale ogni
634.658 “giornate di guida”, si vede che la caccia ha una frequenza del 15% in più di incidenti mortali.
Ogni giorno i giornali riportano notizie di omicidi e suicidi con armi regolarmente denunciate.
Tutti noi siamo consapevoli di quanto possa essere pericoloso avere un’arma e di come, in particolari mo-
menti, i possessori possano essere indotti a utilizzarla in modo improprio. Chi la possiede per “difesa” molte
volte la usa per offesa. Chi la usa per uno “sport” chiamato caccia e uccide ogni stagione poveri innocenti
esseri viventi può usarla anche verso un presunto ladro o verso la moglie il vicino o chissà chi altro. Decine
di migliaia di persone innocenti ogni anno muoiono in Europa e nel mondo per mano di uomini che, con il
porto d’armi rilasciato da noi medici, hanno la licenza di uccidere.
La responsabilità che ha un medico quando rilascia questi certificati è evidente
Per questo motivo vi chiediamo di farvi promotori di questa iniziativa che potrebbe sconvolgere il mercato
delle armi e la cultura della violenza che è insita in chi possiede un’arma.
Dichiariamoci obiettori al rilascio del certificato per il porto d’armi
È un gesto semplice, ma al tempo stesso potente: rifiutare il certificato di idoneità per il porto d’armi a tutti
coloro che lo richiedono e che non lo necessitano per attività lavorative (come ad esempio polizia, guardie
giurate, eccetera).
Chiediamo l’adesione a questa iniziativa a tutti: dai movimenti pacifisti, ai movimenti cattolici per la vita, dal
Papa, al Presidente della Repubblica, dai Partiti, agli uomini di cultura, alle donne e agli uomini che vogliono
la pace.
Forse da questo piccolo gesto che ognuno di noi medici può e deve fare, può nascere qualcosa di più gran-
de che dia veramente una svolta ai movimenti per la pace di qualunque colore essi siano.
Questo invito è rivolto soprattutto ai medici di famiglia, ma tutti i medici possono e devono aderire anche se
non sono parte attiva nel rilascio del porto d’armi.
Per aderire basta solo un clic. Andate sul sito dell’Associazione Vegetariana Italiana, lasciate i vostri dati e la
vostra adesione.
Comitato Medico Scientifico di AVI Leggi tutto…
Scienza della nutrizione etica
ricvegan
30 mar, ’06, 8:36 p.
Nutrizione e Cultura
In questo momento storico il vegetarismo parte svantaggiato. La globalizzazione ha accentuato il bisogno di mantenere le diversità culturali e di conseguenza anche quelle alimentari. Gli umani hanno tanti linguaggi con cui comunicare quanti sono gli stili alimentari.
La cultura alimentare viaggia di pari passo con la cultura di ogni popolo, di ogni regione, di qualunque etnia o gruppo religioso. Così il tacchino è alimento irrinunciabile per la festa del ringraziamento negli Stati Uniti, come il pandoro o il panettone sono il dolce tradizionale del Natale degli Italiani, come il patè non può mancare sulla tavola dei francesi così il pane azimo è sulla tavola degli ebrei.
Finora le scelte alimentari si sono basate solo ed esclusivamente sulla tradizione e sull’insegnamento che i nostri avi ci hanno trasmesso nel corso dei secoli. Siamo forse più affezionati alla cultura alimentare che alla lingua con la quale comunichiamo.
I tortellini come li preparava la nonna, il sugo come lo fa la mamma rappresentano motivo di orgoglio e di soddisfazione culinaria. Per molti poi, la preparazione dei cibi assume un valore ancor più elevato, che è quello religioso, il quale viene tramandato da millenni. La stessa uccisone degli animali, per esempio, assume connotati specifici, per cui alcuni animali non possono essere mangiati e se devono essere uccisi bisogna che ciò venga effettuato con rituali ben specifici. Il rituale musulmano o quello ebreo hanno per chi lo pratica un valore immenso.
La possibilità di viaggiare con facilità ci ha consentito di conoscere non solo diverse culture ma anche diversi modi di alimentarsi. Tant’è che in città internazionali come Londra, New York, Parigi, Tokyo si possono trovare ristoranti che propongono tutte le diverse culture alimentari. Persino nelle città di provincia si trovano ristoranti che propongono diversi modelli alimentari.
E’ interessante notare che pochi sono i ristoranti che prendono in considerazione le nuove conoscenze nutrizionali e che perciò prevedono alimenti a basso contenuto calorico e poveri di sostanze nocive per la nostra salute.
A onor del vero, gli unici ristoranti che stanno diffondendo una nuova cultura alimentare e che si preoccupano della salute di chi ospitano sono i ristoranti vegetariani. Essi sono diffusi in tutto il mondo e hanno come caratteristica peculiare il rispetto di chi mangia e di chi viene mangiato. In quei luoghi si respira un aria diversa, si percepisce un diverso approccio al modo di mangiare. La tradizione, la cultura, vengono messe in secondo piano per fare posto al rispetto e all’amore verso chi è dotato della capacità di soffrire e che non è giusto finisca nelle nostre pance dopo aver provato sofferenza, inedia, paura, terrore, dolore.
In quei luoghi si percepisce il grande cambiamento, il bisogno di andare oltre il gusto e la tradizione.
In quei luoghi vengono diffusi messaggi cartacei che spiegano la sofferenza degli animali, il valore nutrizionale di una dieta basata sulle piante, il risparmio di energia di sfruttamento della terra.
Andare oltre la tradizione, quando questa è ingiusta, o peggio violenta. Questo è il messaggio dei vegetariani.
Il problema è che tutte le culture alimentari del mondo prevedono il consumo di cadaveri e nessuna prevede un approccio nutrizionale.
Una nuova cultura alimentare adattabile a tutti gli abitanti della terra è solo quella vegetariana. I medici nutrizionisti di tutto il mondo hanno la possibilità di proporre una scelta che va ben oltre la salute di chi la segue, essa preserva la terra dallo sfruttamento indiscriminato, riduce in maniera significativa l’inquinamento, consente di avere cibo per tutti gli abitanti della terra, elimina la sofferenza di chi ha avuto la sola colpa di nascere non umano.
“Imagine” un mondo senza cadaveri nel piatto,un mondo dove non scorre più sangue nei macelli, un mondo di vegetariani. Puoi dire che sono un sognatore ma non sono il solo. Spero che ti unirai anche tu un giorno e che il mondo diventi uno…
Il vegetariano viene di solito visto come un extraterrestre che si ciba di sola insalata. Egli per i carnivori, è magro piccolo e anche poco intelligente. Quando egli si trova a mangiare in compagnia, esprime il suo disagio non condividendo il cibo che viene servito chiedendo alternative. Viene deriso o provocato fino a quando non cade in qualche piccola contraddizione e viene subito demolito e beffeggiato.
Non è facile la vita del vegetariano. L’unico luogo dove si sente a suo agio è la sua casa o la casa di amici vegetariani. In quei luoghi si respira un aria diversa, dove il pranzo o la cena hanno lo scopo di soddisfare il palato e al tempo stesso si sente il bisogno di mangiare alimenti che siano salutari per chi li mangia e non provengano dalla sofferenza di animali non umani.
La cultura alimentare vegetariana è la più fantasiosa e creativa di tutte le altre perché i piatti vengono inventati e creati senza avere un substrato culturale o tradizionale.
I vegetariani studiano, leggono libri di cucina, si interessano di culture alimentari diverse dalle quali prelevano i piatti preparati con vegetali.
Ritenere che un vegetariano abbia una dieta monotona è un pregiudizio tutto carnivoro.
Certo non é facile essere coerenti. Ma quando la motivazione di una scelta é così profonda e motivata, tutti gli ostacoli vengono superati con facilità. Molti hanno paura dello “switch”, vorrebbero che qualcuno suggerisse loro cosa mangiare e come preparare i cibi. Al primo ostacolo ritornano subito al cannibalismo perché ritengono troppo faticoso il cambiamento. Ebbene queste persone non hanno certo interiorizzato la loro scelta, forse lo hanno fatto per moda o per provare qualcosa di diverso.
Quando una persona diventa vegetariana per motivi etici, quando cioè si è reso conto della sofferenza che c’è nelle bistecche che mangia, quando prova compassione vedendo quei T.I.R pieni di condannati a morte o guardando le immagini dei rituali di uccisione nei macelli, se sceglie di non mangiare più cadaveri, lo fa per sempre.
Il punto di partenza del vegetariano è il rifiuto di cibarsi di sofferenza. Se parte da questa considerazione, tutti gli ostacoli che incontra li supera con facilità. Trova le alternative alimentari, impara una nuova cultura documentandosi e provando le alternative.
Quanti finti vegetariani si sono fermati al gusto del latte di soia o del tofu o del seitan, trovandoli poco consoni al loro palato e sono tornati alle bistecche.
Ecco quindi un decalogo per una sana e non violenta alimentazione :
- Masticare il cibo lentamente e a lungo. Bisogna bere i cibi solidi e masticare quelli liquidi. Ai pasti bere solo qualche sorso d’acqua. Troppi liquidi diluiscono i succhi gastrici e allungano la digestione.
- Prima di mangiare qualunque cibo leggere sempre gli ingredienti sul contenitore. Vi renderete conto di quante sostanze nocive introduciamo nel nostro organismo.
- Sedersi a tavola meditando sul fatto che bisogna mangiare per vivere e non vivere per mangiare
- mangiare deve essere una gioia non solo per chi mangia ma anche per chi viene mangiato. Non cibatevi con cadaveri.
- la frutta va mangiata lontano dai pasti. Mai alla fine. Il transito della frutta nello stomaco è rapidissimo. quindi altri alimenti mangiati prima bloccherebbero il suo passaggio facendola fermentare
- La verdura va mangiata preferibilmente cruda all’inizio del pasto. IL motivo è uguale a quello della frutta. La cottura migliore è quella a vapore.
- Preferire frutta e verdura che provengono da coltivazioni biologiche.
- Pane, pasta, riso, e gli altri cereali vanno preferiti integrasli, provenienti da coltivazioni biologiche, macinati a pietra.
- Frutta e verdura devono essere di stagione e provenienti dalle nostre regioni. La Frutta esotica va consumata solo in occasioni particolari.
- Ridurre notevolmente il consumo del sale. utilizzare esclusivamente quello integrale marino.
- Evitare i fritti.
- Usare oli extra vergine d’oliva spremuto a freddo. Eliminare il burro, lo strutto e la margarina.
- Le uova non sono necessarie ma chi non potesse proprio farne a meno deve pretendere uova che provengano da galline che vivono in un ambiente adatto alle loro necessità e che avranno una morte naturale.
- I formaggi non sono necessari e quindi chi non ne può fare a meno deve consumare formaggi provenienti da mucche felici (esistono?). Non bisogna assolutamente sostituirli alla carne, ma consumarli massimo tre volte la settimana. Preferire ricotta, mozzarella, stracchino, senza conservanti e preparati da pochi giorni. Usare solo formaggi senza caglio animale.
- Yogurth e latte devono come sopra provenire da mucche felici (esistono?). A tale proposito sarebbe meglio andare a vedere come vengono allevate le mucche da latte per rendersi conto che è meglio diventare vegano).
- Carne, pesce, salumi, vanno inesorabilmente eliminati dalla nostra dieta. Vanno sostituiti dai legumi (fagioli, lenticchie, piselli, soia in grani, fave, etc.)
- I dolci di derivazione industriale vanno eliminati dalla nostra dieta e vanno sostituiti con dolci fatti in casa senza uova, latte o burro, (basta cercare, si trovano delle ricette sensazionali)
- Lo zucchero deve essere integrale e usato in quantità moderata
- Ovviamente no al fumo
- Caffè: meglio quello d’orzo
- Bere acqua minerale non gasata. In molti casi l’acqua dei nostri acquedotti funziona benissimo.
- Il lievito di birra in scaglie è ottimo per sostituire il formaggio grana
- Usare solo dadi vegetali senza glutammato di sodio
- Alternare l’uso dell’aceto sulle verdure con il limone. Ottimo è l’aceto di mele.
- Evitare le bevande gasate e i succhi di frutta industriali che sono un concentrato di zucchero e di coloranti e conservanti
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Ricerca scientifica sui vegetariani con l'istituto superiore di sanita°
ricvegan
12 mar, ’05, 8:16 p.
Cari Amici Vegetariani,
è con grande piacere che Vi annuncio un progetto di ricerca che l’Associazione Vegetariana Italiana ha messo in cantiere con l’Istituto Superiore di Sanità e il Dipartimento di Fisiopatologia Medica dell’Università “La Sapienza” di Roma (vedi progetto qui sotto allegato).
Il responsabile scientifico dello studio è il Dott. Luigi Fontana, ricercatore presso il Reparto di Alimentazione, Nutrizione e Salute dell’Istituto Superiore di Sanità e presso il Centro di Nutrizione Umana, Dipartimento di Medicina Interna, Divisione di Geriatria e Scienze Nutrizionali della prestigiosa Washington University di St.Louis in USA. Il principale interesse scientifico del Dott. Fontana è il ruolo della nutrizione nel promuovere longevità. I suoi studi si focalizzano sul potenziale ruolo di un’alimentazione equilibrata e dell’esercizio fisico nel ritardare il processo d’invecchiamento. In particolare, sta studiando gli effetti cronici della restrizione calorica, delle diete vegane e dell’attività fisica aerobica sui fattori di rischio cardiovascolare, sull’assetto ormonale, sull’infiammazione, sul metabolismo glico-lipidico ed osseo, e sulla qualità della vita.
Come avrete modo di leggere, si tratta di un progetto ambizioso, che obiettivamente e scientificamente mira a valutare la reale validità del nostro tipo di dieta. Scopo dello studio è anche quello di accertare l’eventuale presenza di errori nutrizionali a cui possono andare incontro alcuni vegetariani, non per screditare questo tipo di alimentazione, ma per consigliare e promuovere diete vegetariane realmente valide ed equilibrate dal punto di vista nutrizionale. Anche la scelta vegetariana se non ben pianificata può portare a commettere errori nutrizionali. Come ben sapete fra i vari tipi di alimentazione vegetariana vi sono quella latto-ovo-vegetariana, che può essere pericolosa in caso di eccessivo consumo di uova, latte e derivati, e quella vegana che, se non bene equilibrata, può portare a pericolose carenze nutrizionali. L’eccessivo apporto calorico, comunque, soprattutto se ottenuto mediante un largo impiego di cibi raffinati ed altamente processati, può avere effetti negativi anche sulla salute dei vegetariani. Lo scopo dello studio, quindi, è quello di stabilire quale sia la migliore dieta vegetariana, mostrandone i benefici. Non vi sono inganni, nè altri scopi, altrimenti non avrei partecipato a questo interessante e valido progetto.
Detto questo, chiedo la vostra collaborazione affinchè diate la vostra disponibilità a sottoporvi ad esami clinici assolutamente non invasivi.
Vorrei anche estendere questo invito agli amici vegetariani delle altre associazioni animaliste (ci tengo a sottolineare che un risultato positivo di questo studio promuoverebbe di per sè la scelta vegetariana). Credo che questa sia l’occasione per unirci sotto lo stesso tetto superando incomprensioni, pregiudizi e rivalità.
Chiedo inoltre la massima collaborazione soprattutto dei vegetariani che vivono a Roma e nei comuni limitrofi. Infatti lo studio verrà condotto proprio nella capitale presso l’Istituto Superiore di Sanità.
Per il momento chi è interessato a partecipare al progetto deve inviare la sua adesione al seguente indirizzo di posta elettronica:
riccardo.trespidi@vegetariani.it
oppure telefonare alla sede A.V.I., numero 02 45471720.
In un secondo momento verrete contattati per concordare l’incontro presso l’I.S.S..
Confido in una “massiccia” adesione al progetto.
A presto,
Dott. Riccardo Trespidi
Presidente Comitato Medico Scientifico Associazione Vegetariana Italiana
Titolo del progetto: Effetti cronici di regimi dietetici vegetariani sul metabolismo, sui maggiori fattori di rischio cardio-vascolari e sulla massa ossea.
Responsabile scientifico: Luigi Fontana, MD, PhD – Ricercatore
Co-investigatori : Giovanni Spera, MD – Professore Ordinario
Filomena Rinaldi, RD – Ricercatore
Carla Lubrano, MD – Ricercatore
Elisa Fabbrini, MD – Ricercatore
Giuseppe Barbaro, MD – Ricercatore
Riccardo Trespidi, MD – Ricercatore
A. BACKGROUND E OBIETTIVI
Numerosi studi hanno dimostrato che le diete basate sugli alimenti vegetali, note come “diete vegetariane”, si associano ad un minor rischio di incidenza di alcune patologie croniche quali l’aterosclerosi e il diabete tipo 2. D’altra parte il termine “vegetariano” non si riferisce ad uno schema alimentare specifico ma include una varietà di modelli che si differenziano anzitutto per l’entità dell’esclusione dei cibi animali: a) il modello latto-ovo-vegetariano prevede, oltre ai vegetali, il consumo di latte e prodotti caseari, uova e loro derivati; b) il modello vegano esclude rigorosamente tutti i prodotti di origine animale compresi latte, uova e miele. All’interno di questi gruppi principali è possibile osservare ulteriori importanti differenze che riguardano la frequenza di assunzione delle varie tipologie di cibi derivanti dal regno vegetale: ad esempio alcuni vegetariani consumano prevalentemente frutta, ortaggi, legumi e cereali integrali mentre altri privilegiano alimenti ricchi di grassi idrogenati, zuccheri semplici e amidi raffinati.
Lo scopo di questo studio pilota consiste nel verificare gli effetti cronici delle diete vegetariane su (a) profilo lipidico, (b) metabolismo del glucosio, (c) stato ormonale, (d) marcatori d’infiammazione, (e) composizione corporea, (f) densità e turnover ossei, (g) aterosclerosi delle arterie carotidi e (h) funzione diastolica ventricolare sinistra. In particolare si vuole confrontare l’effetto di diete vegetariane appropriatamente pianificate ed equilibrate (HV, healty vegetarian diets) con l’effetto di diete non equilibrate (UV, unbalanced vegetarian diets) per verificare l’ipotesi che le prime abbiano una maggiore influenza sui fattori di rischio cardio-vascolari e, quindi, siano più efficaci nella prevenzione del processo di aterogenesi.
B. SELEZIONE DEL CAMPIONE E METODI
Saranno inclusi nello studio soggetti non fumatori, di età superiore a 30 anni, non affetti da patologie e che non assumano farmaci. I partecipanti saranno selezionati in modo da costituire tre gruppi omogenei per sesso, età, BMI, attività fisica e familiarità per diabete tipo 2. I gruppi, ciascuno costituito da 30 soggetti, sono i seguenti: 1) non vegetariani, 2) vegetariani con dieta HV e 3) vegetariani con dieta UV.
I vegetariani, i quali devono aver mantenuto il medesimo stile alimentare da almeno 3 anni, verranno contattati grazie all’attiva collaborazione dell’Associazione Vegetariani Italiani (AVI).
Dopo una prima selezione telefonica, i soggetti eleggibili saranno invitati a raggiungere le nostre strutture per ricevere ulteriori chiarimenti sull’organizzazione e le finalità dello studio. Quanti mediante firma del consenso informato esprimeranno la volontà di partecipare saranno sottoposti alle seguenti indagini:
1. questionari preliminari (dati demografici, anamnesi patologica personale e familiare, storia del peso, storia dietetica);
2. rilevamento delle misure antropometriche (peso, statura, BMI, circonferenza vita e fianchi);
3. misura della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca;
4. recall sull’attività fisica per i successivi 7 giorni;
5. compilazione del diario alimentare per i successivi 7 giorni;
6. eco-doppler delle arterie carotidee per la misura dello spessore della tonaca intima e media;
7. ecocardiografia per la valutazione della funzione diastolica ventricolare sinistra;
8. densitometria per la determinazione della composizione corporea (massa magra, massa grassa e massa minerale ossea).
Inoltre verranno effettuati i seguenti esami di laboratorio:
1. emocromo e pannello metabolico;
2. glicemia e insulinemia;
3. test di tolleranza al carico orale di glucosio;
4. lipidi e lipoproteine del plasma (colesterolo totale, HDL, LDL, trigliceridi);
5. livelli plasmatici di vitamina B12, ferritina e omocisteina;
6. PCR, VES, β-2-microglobulina, IL-6, TNF-α;
7. leptina, adiponectina;
8. IGF-1, GH, TGF-β, PDGF;
9. TSH, FT4, FT3;
10. testosterone totale e libero, SHBG, 17-β estradiolo, FSH, LH, DHEA, cortisolo;
11. CTX, osteocalcina;
12. PTH, vitamina D
13. esame delle urine.
C. RISCHI E ADEGUATEZZA DELLA TUTELA PER I PARTECIPANTI
Lo studio comporta rischi molto limitati per i partecipanti. La densitometria prevede l’esposizione ad una dose minima di radiazioni; il prelievo ematico è causa di ematoma solo in pochi casi e l’eventualità di contrarre infezioni è molto rara.
Per minimizzare i rischi non saranno inclusi nello studio soggetti affetti da patologie, soggetti che assumano farmaci, gestanti e nutrici. In caso sorgano complicanze sarà sempre disponibile un medico del Dipartimento di Medicina Interna per fornire adeguata assistenza. I risultati delle indagini strumentali e di laboratorio saranno consegnate al soggetto e/o al suo medico di base. Per garantire l’assoluta riservatezza, ciascun partecipante sarà identificato mediante un codice alfanumerico e solo i ricercatori coinvolti nel progetto potranno avere accesso ai dati.
D. VANTAGGI DELLO STUDIO
I potenziali benefici di questo studio riguardano sia i singoli partecipanti sia la collettività. I partecipanti potranno verificare l’adeguatezza del proprio regime dietetico, avere approfondite informazioni sul proprio stato nutrizionale e metabolico, conoscere il proprio rischio cardio-vascolare. Il vantaggio per la società consiste nella possibilità di comprendere meglio gli effetti delle diete vegetariane sullo stato di salute; infatti, poiché le malattie cardio-vascolari rappresentano la principale causa di morte nel Mondo occidentale, è estremamente importante capire in che modo l’alimentazione può aiutare a prevenirle.
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convegno sulle medicine non convenzionali
ricvegan
2 giu, ’04, 8:57 p.
CONVEGNO SULLE MEDICINE COMPLEMENTARI E MEDICINA INTEGRATA
Esempio di integrazione nella medicina di base
Sono stato invitato a questo convegno per portare la mia testimonianza di vita professionale: ed in particolare la scelta di praticare la medicina integrata. La mia esperienza lavorativa è però inscindibile da quella che è la mia vita, il bagaglio di esperienze, aspettative, desideri e attitudini che nel corso della mia crescita professionale ed insieme morale ho messo da parte e portato nel mio cammino, aggiungendo, modificando e a volte anche eliminando. Credo di avere poche certezze eccetto quella che non bisogna avere certezze, ma solo dubbi. Nel momento in cui si mette in dubbio qualcosa si apre l’infinita via del progresso. Una via di continuo perfezionamento. Non esisterebbe progresso senza dubbi. Dal mio punto di vista dubitare significa aprirsi a nuove strade, significa cercare una strada che aiuti ad allontanarsi da quanto già si sa ma che nello stesso tempo faccia intravedere mete più lontane.
Così ho ragionato anche sull’evoluzione della medicina.
La ricerca scientifica è stata ed è per definizione, la via maestra per la comprensione delle leggi elementari, che stanno dietro l’apparente complessità dei fenomeni.
Di semplificazione in semplificazione questo metodo è arrivato oggi ad un vicolo cieco.
Alla prova dei fatti, la realtà si è rivelata refrattaria al riduzionismo, svelando progressivamente tutta la propria complessità e opponendo alle risposte sempre nuove domande.
La biologia molecolare, per esempio, ha sancito in apparenza la vittoria dei riduzionisti; in realtà dopo aver ridotto la vita a processi fisico chimici, gira in tondo senza sapere come uscirne. Mente e cervello sono stati separati: da una parte lo studio della funzione psicologica, dall’altra quello dell’organo biologico. Ma l’una non può esistere separatamente dall’altra.
Il filosofo Francese Edgar Morin sostiene che il pensiero semplificante è reso possibile da due operazioni logiche: la disgiunzione e la riduzione, entrambe brutalizzanti e mutilanti, anche se nell’epoca d’oro della verifica empirica e della logica, esse hanno permesso conoscenze straordinarie sul mondo fisico, biologico, psicologico. Poi è diventato chiaro che si trovava il contrario di quello che si cercava: non chiarezza ma confusione.
Il semplice non esiste, esiste solo il semplificato. E gli oggetti di indagine che la scienza si costruisce sono spesso astratti, quasi artificiali. Sono sottratti ad habitat complessi, posti in situazioni sperimentali semplici e manipolati per trarne leggi universali.
E’ corretta questa operazione ?
Essendo sbagliato il metodo, sostiene Morin, si approda inevitabilmente a risultati sbagliati. Senza contare che le minacce più gravi cui l’umanità va incontro – armi nuleari, dissesto ecologico, biotecnologie – sono legate proprio al progresso cieco ed incontrollato della conoscenza.
Questi errori sarebbero il risultato di quel modo mutilante di organizzare la conoscenza che, figlio di Cartesio, tende alla semplificazione anziché a riconoscere la complessità del reale.
Ora, la complessità nel senso etimologico di “fili diversi tessuti insieme” torna nelle scienze per la stessa porta per la quale era stata espulsa: la vita non è riconducibile nè ad una sostanza nè ad una legge.
Ponenedosi al di fuori dei due antagonisti – quello che stritola la differenza, riconducendola all’unità semplice, e quello che occulta l’unità perchè vede solo la differenza, Morin propone di riorganizzare il concetto di scienza accettandone l’evidente complessità e archiviando il riduzionismo tra i passi falsi.
La sperimentazione animale ed umana sono l’evidente applicazione del pensiero semplicistico e riduzionistico. Considerare tutti i pazienti che hanno la stessa patologia uguali fra loro, somministrare ad essi lo stesso farmaco e aspettarsi gli stessi risultati è un chiaro esempio di riduzionismo.
Dare invece ad ogni paziente la caratteristica di unicità, vedere le sue problematiche e la sua patologia come uniche ed irripetibili, rappresenta l’approccio teorico dell’Omeopatia. Il rimedio non è in diretta relazione con la malattia del paziente ma col paziente stesso.
Concetti ancora tutti da dimostrare, ma che molte volte hanno riscontro nella pratica clinica e pongono il medico serio, nel dubbio di avere per le mani qualcosa che non comprende ma che può agire sul malato e sulla malattia.
Ricordo le prime volte che ho prescritto rimedi omeopatici, ovviamente ad amici e parenti, con la paura di provocare reazioni incontrollate.
Tenevo sotto stretto controllo il malato fino a valutare l’efficacia o meno del rimedio. Influenze, faringiti, laringiti, bronchiti, eczemi, dermatiti, mialgie, artrosi sono state il mio primo approccio con le medicine non convenzionali. Le prime soddisfazioni, i primi risultati positivi mi spinsero ad approfondire la conoscenza di questo diverso modo di curare. Il paziente non era più un organo ammalato ma diventava un tutt’uno su cui agire. L’impegno era senz’altro più gravoso con questo approccio, ma molti pazienti amavano essere curati con queste differenti metodiche terapeutiche.
Nel frattempo politicamente cresceva in me il germe della non violenza, vissuta non solo come approccio alla vita politica ma anche a quella professionale.
Fondai con altri colleghi Medicina Nonviolenta che si proponeva di applicare i principi della nonviolenza alla medicina, suggerendo una nuova figura professionale aderente non solo alle conoscenze scientifiche ma altresì attenta a tutti gli aspetti del vivere quotidiano che influiscono sullo stato di salute degli uomini. Questo percorso mi ha portato a fare delle riflessioni su quanta inconsapevole violenza noi esseri umani usiamo nei confronti dei nostri simili, degli altri animali, e dell’ambiente.
Questo percorso personale di consapevolezza mi ha anche portato a considerare come ciascuno sia davvero responsabile di se stesso e dell’habitat in cui vive e di come tutto ciò incida anche sulla salute e sull’insorgenza di malattie. Non si può – a mio avviso – curare gli uomini senza tentare anche di educarli al rispetto della vita in se stessi, negli altri esseri, nel mondo.
Come medico e come uomo, ho ritenuto opportuno per non dire doveroso, informare i miei pazienti su che cosa si cela dietro alla bistecca nel piatto.
Spesso noi medici e i pazienti stessi cerchiamo la via più rapida e meno impegnativa per risolvere problemi che invece andrebbero affrontati alla radice. E’ evidente che il paziente con dismetabolismo debba essere convinto a modificare definitivamente le proprie abitudini alimentari, non bastando certamente la prescrizione da parte del medico di farmaci ipocolesterolemizzanti.
Lo stretto rapporto che la Nutrizione ha con la salute umana, con la giustizia sociale, con la salute dell’ ambiente, con un’ etica di rispetto degli altri esseri viventi, ha fortemente influenzato la mia professione.
L’integrazione con la medicina non convenzionale e lo sviluppo di una concezione olistica della salute si cementava sempre più nella pratica clinica.
Non ero più parte passiva sullo stato di salute del paziente ma diventavo promotore della sua salute.
Mentre proseguivo il mio cammino, mi accorgevo che la mia attività a favore dei diritti degli animali non umani, il vegetarismo, l’omeopatia, l’impegno ecologista mi isolavano sempre più dai colleghi, anche quelli omeopati.
L’ambiente ospedaliero si scontrava con quelle che erano le mie idee.
Mi trovai davanti ad un bivio, da una parte la sicura e ben segnata via della medicina convenzionale, dall’altra il sentiero spesso tortuoso e indefinito di quella alternativa.
Ho scelto la terza via, quella che le unisce, la medicina integrata.
Allora frequentavo l’ambulatorio di mio suocero che era un medico di famiglia e trovavo piacevole la libertà di gestire autonomamente la mia professione, di avere a disposizione materiale umano e patologie diversificate. Mi piaceva il rapporto medico-paziente e mi allettava l’idea di seguire i pazienti costantemente nel tempo.
Non volevo abbandonare questa opportunità ed isolarmi. Allora alcuni colleghi di medicina generale praticavano regolarmente la medicina convenzionale e offrivano quella alternativa a pagamento. Trovavo questa scelta poco consona alle mie idee, perciò scelsi di esercitare una medicina che ora ha un ruolo ben definitivo nel panorama delle tecniche terapeutiche.
Scelsi la medicina integrata, che allora non esisteva nemmeno come termine, perché credevo e credo che sia la medicina convenzionale che quella omeopatica possano portare ad eccellenti risultati per la salute del paziente rivelandosi un’arma in più a disposizione del medico per integrare – appunto – le sue possibilità di curare la gente: in più, non diversa, non alternativa. Non aut/aut, ma vel/vel.
Sono medico di medicina generale. Cerco di prendermi cura di millecinquecento pazienti. Ho almeno trenta contatti telefonici giornalieri e visito circa trenta persone al dì con punte di quaranta. Uno dei miei maestri omeopati si premurò di farmi sapere che un bravo medico omeopata non visita più di tre persone al giorno.
Ciò è evidentemente incompatibile con l’avere in carico millecinquecento pazienti. Tuttavia, grazie all’omotossicologia, e all’omeopatia complessista, sono in grado di impostare una terapia valida anche nel contesto in cui opero.
Il mio approccio alla terapia è diversificato in base alla gravità, all’urgenza, e alla sintomatologia. Una crisi ipertensiva, uno scompenso cardiaco, una broncopolmonite, il dolore neoplastico e moltissime altre patolgie acute o croniche le curo con i farmaci allopatici e senza alcuna remora o dubbio. Per altre patologie che richiedono un approccio terapeutico meno immediato, d’accordo col paziente inizio con trattamenti meno invasivi per valutare poi i risultati ed eventualmente modificare la tecnica terapeutica.
Mi riferisco per esempio al dolore non neoplastico, alle allergie, alle patologie croniche cutanee (eczema, psoriasi,) alle infiammazioni o infezioni delle prime vie aeree e urinarie recidivanti, ai disturbi digestivi e a tante altre malattie.
E’ evidentemente impossibile in questo breve spazio descrivere la mia complessa quotidianità di medico di famiglia, né d’altra parte si può dare uno schema di comportamento generale in un mestiere che richiede tanta duttilità e capacità di personalizzare la cura a seconda dei pazienti che si incontrano (sapienti o ignoranti, curiosi o disinteressati, pazienti o insofferenti, desiderosi di essere pienamente sani oppure invece soltanto desiderosi di non soffrire più, eccetera).
In generale, si può dire che l’approccio integrato e la possibilità di utilizzare rimedi efficaci e gravati da pochi o nulli effetti indesiderati, mi permette di risolvere disagi funzionali, alleviare sintomi nell’attesa dell’esito di accertamenti clinici o di espletamento di consulenze con gli specialisti, e di sostenere i pazienti durante trattamenti impegnativi con farmaci gravati da effetti collaterali. Insomma è un utile arma in più, che non toglie ma aggiunge rispetto a quanto potrei fare solo con le armi convenzionali.
Tutti facciamo esperienza di situazioni che si cronicizzano, che recidivano, nelle quali l’approccio convenzionale diventa ripetitivo e alla fine frustrante, nelle quali si sente l’esigenza di conoscere “un’altra strada” per arrivare al nocciolo reale del problema e risolverlo. Ed ecco che allora ci si mette alla ricerca di questa nuova strada, non per adattarla a forza a tutti i pazienti che verranno da noi, ma per averla disponibile quando sarà necessario averla disponibile, per i pazienti che altrimenti non risolverebbero i loro problemi. Ed ecco che studiando la metodologia integrata o complementare si impara a dare importanza ad aspetti che solitamente si trascurano, si rivede l’importanza della condotta di vita, si reimposta l’alimentazione (davvero come dice l’aforisma “siamo quello che mangiamo”!), si riorienta l’organismo sostenendone alcune funzioni con rimedi opportuni, si scopre il concetto di “drenaggio” delle vie di detossificazione e di eliminazione dell’organismo, si scopre che effettivamente l’organismo è un unicum che deve essere considerato nel suo insieme.
Lo studio dell’omeopatia a me ha insegnato cose semplici, banali, ma sulle quali durante la mia formazione medica non ero stato reso consapevole, e poi mi ha fornito degli strumenti terapeutici innocui ed utili per ridare il ritmo all’organismo, per riorientarlo e aiutarlo a guarire. Così alla fine è stato naturale per me fare la scelta della medicina integrata.
La risposta che ho avuto dai miei pazienti è senz’altro una risposta positiva. Credo che essi siano contenti di avere un medico che può soddisfare la loro esigenza di curarsi con la medicina integrata, nell’ambito della medicina di famiglia convenzionata con il S.S.N.. I miei pazienti sanno che l’approccio non è univoco ma diversificato a seconda della patologia e del loro stato psicofisico.
La medicina integrata mi permette di avere più opportunità terapeutiche per poter agire sul loro stato di salute. Le soddisfazioni ci sono e sono tantissime.
La medicina non è una scienza esatta. I risultati terapeutici, a mio avviso, hanno una variabile importante che dipende dal medico e dal suo approccio col malato, e anche dall’approccio del malato con la malattia. Il rapporto medico paziente è fondamentale ed io, proprio per tale motivo, investo molte energie in questa relazione.
Chi, come me e pochi altri colleghi, oltre venti anni fa, quando l’omeopatia era considerata una sorta di stregoneria, iniziò a praticarla e proporla, spesso è stato aspramente criticato, per non dire ridicolizzato.
Ciò che esula dalla nostra normalità ci spaventa. Così è da sempre e per sempre sarà. L’uomo ha bisogno di certezze e di sicurezze e guarda con sospetto a tutto ciò che rischia di introdurre cambiamenti nell’universo di convinzioni in cui si è trovato a vivere.
Il campo della ricerca si allarga sempre di più e essere innovativi è ormai essenziale, anche se spesso lo si è solo a fini di lucro. Oggi tutto ciò che è nuovo fa ormai tendenza, è quasi una moda. In virtù di questo gusto a volte irrazionale della novità anche le medicine naturali diventano “moda”. Ma in realtà le medicine naturali, a ben guardare non sono una novità, ma una ricchezza del passato, che ancora molto può dare per ridare buon senso e orientamento alla medicina e alla scienza troppo avanzata.
Il progresso che può derivare dallo sviluppo di metodi di cura alternativi non sta tanto nel guardare avanti ma nel guardarci attorno aprendoci a culture e tradizioni diverse dalla nostra, cercando di trovare un punto di contatto tra percorsi che hanno viaggiato quasi sempre paralleli e i cui punti di incontro sono stati motivi di scontro. Occorre saper vedere e accettare ciò che ci viene insegnato da chi, cercando diversamente, ha ottenuto risultati identici o più soddisfacenti. Il mio approccio all’omeopatia non vuole assolutamente essere un abbandono totale a nuove convinzioni e nuove certezze. Ho scelto di praticare la medicina integrata perché ritengo che la divisione tra medicina ufficiale e medicina alternativa abbia conseguenze negative. La medicina ufficiale non riconosce efficacia alla medicina alternativa e rifiuta di indagarne l’azione. La medicina alternativa rifuta di essere verificata da chi si considera pregiudizialmente contrario. Ecco, il pregiudizio, il vero nemico del progresso. La supponenza di ritenere di avere la verità in tasca e la soluzione di ogni dubbio in pugno.
Concludo, citando una poesia, di un nostro collega, il poeta e medico Bepi Sartori. Molti di Voi la conosceranno già.
Non ha nulla a che vedere con la medicina integrata, ma riflette quella che è la professione di medico di famiglia.
Io opero in due quartieri vicini San Zeno e Borgo Milano, in uno di questi vi abito e quindi ho la fortuna per me, la sfortuna per i miei famigliari, di essere fermato per la strada dai miei pazienti, per consigli, o peggio ancora per essere visitati. Trovo spesso in tutto ciò della comicità e in quelle occasioni mi diverte pensare a questa poesia:
EL DOTOR ZACHELEQUA’
El primo incontro l’è dal giornalar:
Dotor, zà che l’è qua, garèa’ un dolor…..
Serco rifugio drento al primo bar:
Dotor, zà che l’è qua, gò el baticor…..
In municipio, in posta, a l’ostaria,
ecoli tuti, in ferma, che i me speta,
e no gh’è verso de scaparghe via:
Dotor, zà che l’è qua, gò na riceta…..
Dal mecanico, in cesa, a la stassion:
Dotor, za che l’è qua, me sento mal,
me daresselo un colpo a la pression?
Anca el me nome i s’à desmentegà!
Par tuti i caciainculo de la val
Son deventà el “Dotor Zachelequà”!
E quando sarò morto, fenghe i corni,
e finalmente podarò star chieto,
eco el vissin de tomba, col libreto:
Dotor, zachelequà, me dalo i giorni
Grazie
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Rapporto medico paziente attraverso il WEB
ricvegan
17 mag, ’04, 7:21 p.
Cari pazienti l’esperimento attraverso il WEB che assieme al Dott. Del Zotti stò portando avanti mi convince che ancora molta strada dobbiamo fare per migliorare qualitativamente il rapporto medico -paziente. Non sò ancora bene che cosa possiamo fare con il Web ma so che potremo fare qualcosa di veramente interessante. Pertanto accetto consigli e idee. Un caro Saluto a tutti voi. Riccardo Trespidi Leggi tutto…
FAME NEL MONDO E VEGETARISMO
ricvegan
2 mag, ’04, 1:04 p.
FAME NEL MONDO E VEGETARISMO
Ogni anno 40 milioni di persone muoiono per fame e circa 15 milioni di bambini muoiono per malnutrizione e se ciò accade è anche colpa di chi mangia carne. Occorrono circa 10 chilogrammi di proteine vegetali per ottenere un solo chilogrammo di carne commestibile. Trentasei dei quaranta paesi più poveri del mondo esportano cereali negli Stati Uniti dove il 90 per cento del prodotto importato è utilizzato per nutrire gli animali destinati al macello. L’America Meridionale per fare posto agli allevamenti distrugge ogni anno una parte della foresta amazzonica grande come l’Austria.
Mangiare carne non è solo assassinio, è anche un suicidio. Quando ti siedi a tavola decidi della tua salute e anche di quella del pianeta. Gli allevamenti intensive producono fino a tre tonnellate di liquami per ogni cittadino, inquinando il sottosuolo. L’evaporazione dei liquami è trà le cause principali delle piogge acide.
Viviamo in un mondo dove un miliardo di persone non ha accesso a fonti di acqua pulita, e per produrre un chilogrammo di carne di manzo occorrono più di tremila litri di acqua.
La sofferenza alla quale sono sottoposti gli animali non umani che diventeranno bistecche è così evidente che ci si chiede se I carnivori hanno gli occhi imbottiti di prosciutto. Tutti prima di mangiare il filetto dovremmo andare al macello o in un allevamento e chiederci se tutto questo ha un senso o se siamo parte artiva e responsabile della sofferenza. Cambiare si può, anche perchè la scelta vegetariana sotto il profilo nutrizionale porta innumerevoli vantaggi. Come è evidenziato dalla American Dietetic Association:
Le diete vegane ben bilanciate ed altri tipi di diete vegetariane risultano appropriate per tutti gli stadi del ciclo vitale, ivi inclusi gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia ed adolescenza. Le diete vegetariane offrono molteplici vantaggi sul piano nutrizionale, compresi ridotti contenuti di acidi grassi saturi, colesterolo e proteine animali, a fronte di più elevati contenuti di carboidrati, fibre, magnesio, potassio, acido folico ed antiossidanti, quali ad esempio le vitamine C ed E e le sostanze fitochimiche. I dati disponibili nella letteratura scientifica evidenziano come i vegetariani presentino un più basso indice di massa corporea dei non-vegetariani, come pure una ridotta incidenza di morte per cardiopatia ischemica; i vegetariani presentano inoltre più bassi livelli di colesterolo plasmatico e di pressione arteriosa, una ridotta incidenza di ipertensione, di diabete mellito tipo 2 e di tumore della prostata e del colon.
Vegetariano si può, vegetariano si deve.
Riccardo Trespidi
Medico di Medicina Generale
Presidente del comitato medico scientifico dell’Associazione Vegetariana Italiana
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Posizione dell'American Dietetic Association sul Vegetarismo
ricvegan
1 mag, ’04, 7:27 p.
Cari pazienti, la scelta vegetariana non è solo determinata dall’esigenza di non essere complici della sofferenza degli animali nonumani che mangiamo, ma essa ha anche radici profonde nel campo della nutrizione.
Ecco quindi la posizione dei nutrizionisti americani e canadesi, pubblicata sull’AMerican Journal of Clinical Nutrition. Buona lettura
Posizione dell’American Dietetic Association e dei Dietitians of Canada: Diete Vegetariane
ADA Report
Traduzione a cura di Luciana Baroni — (testo originale in inglese)
Fonte: Position of the American Dietetic Association: Vegetarian Diets. J Am Diet Assoc. 2003;103:748-765
Introduzione
L’American Dietetic Association ed i Dietitians of Canada affermano che le diete vegetariane correttamente bilanciate sono salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale, e che comportano benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie. Circa il 2.5 % degli adulti negli USA ed il 4% degli adulti in Canada seguono diete vegetariane. Si definisce dieta vegetariana una dieta che non includa carne, pesce e selvaggina. L’interesse nei confronti del vegetarismo è in aumento, molti ristoranti e mense scolastiche propongono regolarmente menu vegetariani. Si è verificata una incisiva crescita nelle vendite di alimenti per i vegetariani, e questi cibi sono reperibili in molti supermercati. Il presente documento prende in rassegna i dati scientifici attuali concernenti i nutrienti chiave per i vegetariani, compresi le proteine, il ferro, lo zinco, il calcio, la vitamina D, la riboflavina, la vitamina B12, la vitamina A, gli acidi grassi omega-3 e lo iodio. Una dieta vegetariana, intesa sia come lacto-ovo-vegetariana che vegana, è in grado di soddisfare le raccomandazioni correnti per tutti questi nutrienti. In alcuni casi, l’uso di cibi fortificati o di supplementi può essere utile per il raggiungimento delle dosi consigliate per singoli nutrienti.
Le diete vegane ben bilanciate ed altri tipi di diete vegetariane risultano appropriate per tutti gli stadi del ciclo vitale, ivi inclusi gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia ed adolescenza. Le diete vegetariane offrono molteplici vantaggi sul piano nutrizionale, compresi ridotti contenuti di acidi grassi saturi, colesterolo e proteine animali, a fronte di più elevati contenuti di carboidrati, fibre, magnesio, potassio, acido folico ed antiossidanti, quali ad esempio le vitamine C ed E e le sostanze fitochimiche. I dati disponibili nella letteratura scientifica evidenziano come i vegetariani presentino un più basso indice di massa corporea dei non-vegetariani, come pure una ridotta incidenza di morte per cardiopatia ischemica; i vegetariani presentano inoltre più bassi livelli di colesterolo plasmatico e di pressione arteriosa, una ridotta incidenza di ipertensione, di diabete mellito tipo 2 e di tumore della prostata e del colon. Sebbene molti programmi nutrizionali finanziati a livello federale od istituzionali siano in grado di soddisfare le esigenza dei vegetariani, ancora pochi al giorno d’oggi sono in grado di mettere a disposizione alimenti adatti per i vegani. A causa della variabilità delle abitudini dietetiche dei vegetariani, è necessario condurre una valutazione individualizzata dell’assunzione dei diversi nutrienti. I professionisti della nutrizione hanno la responsabilità di sostenere ed incoraggiare tutti coloro che si mostrino interessati ad indirizzarsi verso un regime vegetariano. Queste figure possono infatti giocare un ruolo chiave nel fornire informazioni ai clienti vegetariani sulle fonti alimentari dei nutrienti specifici, sull’acquisto e la preparazione dei cibi, e su ogni modificazione dietetica necessaria a soddisfare le richieste individuali. La pianificazione dei menu per i vegetariani può essere semplificata con l’adozione di una guida alimentare che indichi i gruppi alimentari e le porzioni degli alimenti. J Am Diet Assoc. 2003;103: 748-765. Dai links che vi fornisco all’inizio potete accedere alla versione integrale